Cicerone e Leopardi. Elogio dell’amicizia.

di Francesca Vennarucci

Oreste e Pilade, scuola di Prassitele, copia del I sec. d.C. particolare

Amico mio, nel tempo vuoto di ieri
a lungo abbiamo giocato con le parole
decisi a esplorare l’amore:
prima l’uno e poi l’altra scrivendo versi
giocavamo in poesia e in prosa,
mutuamente ci rispondevamo
tra una battuta e un bicchiere di vino.
Me ne sono andata ubriaca
della tua aerea fantasia e del tuo spirito vivace,
al punto che, povera me, non c’è stato cibo che gradissi,
né sonno che mi chiudesse gli occhi nella notte quieta;
ma, esaltata, mi sono rigirata nel letto, senza pace, desiderando di vedere la luce
per parlare con te, per essere insieme.
Dopo che le mie membra, distrutte dalla fatica, giacevano mal vive sul letto,
ho composto per te, caro, questi versi,
perché tu possa guardare dentro il mio dolore.
Ma bada: non fare il superbo! luce dei miei occhi
non sputare sulle mie preghiere,
evita che Nemesi ti faccia scontare la pena!
È una dea permalosa. Non provocarla!

Oso affrontare questo tema così bello e importante proponendo una mia libera traduzione del celebre carme 50 di Catullo, nel quale il poeta descrive con vivacità e allegria un pomeriggio trascorso insieme all’amico poeta Licinio Calvo raccontandosi, inventando scherzi, lasciandosi andare a confidenze e, soprattutto, componendo versi d’amore. L’amicizia con Licinio Calvo torna più volte nel Liber catulliano, consentendoci di sentire la profondità e sincerità di un sentimento che qui emerge nella sua peculiarità: è un legame fondato su uno scambio affettivo e intellettuale, tra due persone che hanno molto in comune, in particolare il lusus, il gioco poetico, svolto nei pomeriggi di otium, cioè di tempo solo apparentemente vuoto, ma in realtà dedicato allo studio e alla creazione artistica. Condividere ciò che amiamo con un amico è talmente appagante, ci dice Catullo, da inebriarci, da lasciarci eccitati e insonni nel desiderio di riprendere al più presto il dialogo interrotto.  

Quid dulcius quam habere quicum omnia audeas sic loqui ut tecum? Qui esset tantus fructus in prosperis rebus, nisi haberes qui illis aeque ac tu ipse gauderet?

Quale cosa più dolce di avere un amico con cui tu possa dire tutto come parlassi con te stesso? Che gran frutto verrebbe dalla buona sorte, se tu non avessi qualcuno che proprio come te ne godesse?

Cosa c’è di più dolce che avere accanto una persona cui osare raccontare tutto, una persona capace di godere al pari di te di un successo, di un verso ben riuscito, di un amore corrisposto, di un riconoscimento meritato? Questo passo, famoso e bellissimo, appartiene al dialogo Laelius de amicitia, composto da Cicerone, ed è citato da Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone il 20 gennaio 1821. Citato così, da solo, senza neppure la traduzione, di cui ovviamente non aveva bisogno: un appunto da ricordare. Tra il 1821 e il maggio del 1822 più volte il poeta dialoga con quest’opera di “Tullio”, come lo chiama familiarmente nei suoi appunti, prendendo spunto per riflessioni molto interessanti.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, I Musici, 1597

Cicerone, Laelius de amicitia

Ma cosa sostiene Cicerone nel dialogo Laelius de amicitia? È questa un’opera composta nel 44 a.C. all’indomani della morte di Cesare, in una stagione di intenso impegno politico che vede Cicerone più che mai protagonista nella lotta contro Marco Antonio (e che gli costerà la vita l’anno successivo) e dedicata ad Attico, il suo migliore amico, destinatario anche di innumerevoli epistole. Il dialogo vede come protagonista Gaio Lelio, importante uomo politico del II secolo a.C., un raffinato intellettuale dotato di un’ottima cultura greca. Lelio è ovviamente portavoce delle idee ciceroniane e ricorda, dialogando con i più giovani suoi generi Gaio Fannio e Quinto Mucio Scevola l’Augure, la sua profonda amicizia con Scipione l’Emiliano, morto da poco. Il dialogo è ambientato nel 129 a.C., proprio come il De republica, che vede protagonisti gli stessi Lelio e Scipione. Il ricordo vivido dell’amico e del calore di quell’amicizia costituiscono la base per costruire un discorso che dal particolare si eleva all’universale, giungendo a proporre l’amicizia come “un perfetto accordo nelle cose divine e umane, unito con un sentimento di benevolenza e di affetto…non so se, eccettuata la sapienza, dagli dei sia stata data all’uomo cosa migliore”.

È importante ricordare che nel mondo romano l’amicizia era un legame di solidarietà che presupponeva una forma di collaborazione e assistenza reciproca finalizzata alla salvaguardia di interessi comuni; essa aveva pertanto una forte connotazione “politica” quando coinvolgeva esponenti della classe dirigente o comunque appartenenti allo stesso gruppo sociale. Come scrive Narducci: «la novità dell’impostazione ciceroniana consiste soprattutto nello sforzo di allargare la base sociale delle amicizie al di là della cerchia ristretta della nobilitas: a fondamento dell’amicizia sono posti valori come virtus e probitas, riconosciuti a vasti strati della popolazione. Cicerone scrive per quella “gente perbene” alla cui centralità politico-sociale aveva da tempo affidato le sorti dello Stato». Dunque la fiducia in un rinnovato sistema di valori attribuisce all’amicizia un posto privilegiato, perché serve a cementare la coesione dei boni viri.

J. W. Waterhouse, Il Decameron, 1916

L’origine dell’amicizia

Ma se fosse solo questo l’opera non sarebbe così bella: si sente infatti tra le pagine un disperato bisogno di rapporti sinceri, disinteressati, onesti, quali forse Cicerone, travolto dal vortice delle convenienze della vita pubblica poté vivere solo con Attico. Leggiamo ad esempio il capitolo seguente:

(29) Chi pensa che l’amicizia abbia origine dalla debolezza, dal bisogno di avere qualcuno tramite il quale ottenere ciò che si desidera, le assegna un’origine umile e nient’affatto nobile, attribuendole per genitori la povertà e il bisogno. Se fosse così, quanto più una persona si considera, nella sua autonomia, una nullità, tanto più sarebbe adatta all’amicizia: il che è ben lungi dall’avvenire. (30) Al contrario, quanto più una persona confida in se stessa ed è munita di virtù e di saggezza, così da non aver bisogno di niente e da giudicare di possedere tutto riposto dentro di sé, tanto più questa persona eccelle nel ricercare e nel coltivare le amicizie. Ma insomma: l’Africano aveva bisogno di me? No di certo. E neanche io avevo bisogno di lui, ma l’ho amato perché ammiravo la sua virtù e lui ha amato me perché aveva un’opinione forse non bassa del mio carattere: poi la consuetudine ha accresciuto l’affetto. E per quanto ne siano derivati molti e grandi vantaggi, tuttavia la causa dell’affetto non ha avuto la speranza di essi come punto di partenza. (31) Come infatti noi non siamo generosi e liberali per riscuoterne la riconoscenza – non facciamo usura dei nostri benefici, ma siamo per natura propensi alla liberalità – così crediamo che l’amicizia si debba cercare non attratti dalla speranza di un guadagno, ma perché tutti i suoi frutti sono nell’amore stesso. (32) Su questo non sono d’accordo quelli che, come le bestie, riducono tutto al piacere; e non c’è da meravigliarsi: non può mirare a niente di alto, magnifico e divino chi ha abbassato tutti i suoi pensieri a una cosa tanto misera e spregevole. Eliminiamoli dunque da questo discorso e rendiamoci conto che l’affetto e la simpatia nascono dalla natura quando si è avuto il segnale dell’onestà.

Cicerone confuta qui con molta chiarezza la dottrina epicurea che attribuiva un valore utilitaristico all’amicizia: la vera amicizia è disinteressata e non si fonda sul bisogno, ma sull’affetto, che nasce dal percepire l’altro come simile a sé (“chi osserva un vero amico, osserva come un’immagine di se stesso”) per sensibilità, cultura e onestà. L’amicizia infatti può anche interrompersi se si pretende dall’amico qualcosa che sia contro la lealtà, contro la parola data, contro lo Stato.

Sine amicitia vita esse nullam

(44) Si stabilisca dunque la prima legge dell’amicizia: bisogna rivolgere agli amici solo richieste oneste, compiere per gli amici solo azioni oneste senza aspettare di esserne richiesti, mostrarsi sempre disponibili e mai esitanti, avere il coraggio di dare liberamente il proprio parere. Valga soprattutto nell’amicizia l’autorità degli amici che danno buoni consigli; tale autorità serva ad ammonire non solo con sincerità ma, se la situazione lo richiede, anche con asprezza e, in tal caso, le si obbedisca.

Senza amicizia la vita non è vita e le caratteristiche principali dell’amico, che non sempre sappiamo scegliere con oculatezza, secondo Cicerone sono tre:

1. la fides, la fedeltà, la lealtà: è certamente difficile, soprattutto tra coloro che hanno intrapreso la carriera politica, resistere alle lusinghe del potere e porre l’interesse dell’amico al di sopra del proprio, così come è arduo trovare qualcuno che resti accanto nella sorte avversa, che ci sostenga e non ci volti le spalle nell’insuccesso. Qualcuno che parimenti sappia godere di un traguardo raggiunto senza invidia, senza nascosto risentimento o sentendosi lui stesso sminuito.

2. la sincerità: “evitare tutto ciò che è finto o simulato; persino l’odio dichiarato è più nobile che nascondere il proprio pensiero dietro un’espressione del volto”. Certo Cicerone doveva conoscere bene la falsità di coloro che simulano, che adulano il potente e denigrano il perdente: “non c’è peste maggiore nell’amicizia che non l’adulazione” dice, definendolo il vizio di uomini leggeri e ingannevoli, che dicono ogni cosa per il piacere altrui e niente per la verità. Chi lusinga non è sincero perché persegue un proprio interesse: è un cortigiano, un cliente, uno abituato a mentire per sopravvivere, come l’adulatore del Miles gloriosus, che elenca i falsi trionfi del soldato spaccone pur di essere sempre invitato a pranzo.

3. la verecundia, cioè il rispetto reciproco, “il maggior ornamento dell’amicizia” che deve essere esempio di virtù e non compagna di vizi. Certo questo era un criterio cui Cicerone si atteneva nella sua amicizia con Attico, dove il reciproco rispetto impediva ai due amici di discutere le loro diverse scelte di vita.

Paul Cezanne, i giocatori di carte, 1890-95

L’amicizia: affetto fraterno e collante sociale

L’insieme di tutti questi elementi dà vita a un’opera complessa, pervasa da un profondo anelito, da uno slancio ideale verso un legame profondo innervato di affetto, lealtà e sincerità, sempre minacciato da una realtà che impone comunque una sorta di connivenza con chi si adopera per salvaguardare l’ordine sociale, pur agendo non sempre in modo irreprensibile. Questa ambiguità attraversa tutta l’opera e le conferisce verità e interesse. Se da una parte Cicerone afferma ispirato:

(88) è vero quanto ripeteva, se non erro, Archita di Taranto (l’ho sentito ricordare dai nostri vecchi che, a loro volta, riportavano il racconto di altri vecchi): “Se un uomo salisse in cielo e contemplasse la natura dell’universo e la bellezza degli astri, la meraviglia di tale visione non gli darebbe la gioia più intensa, come dovrebbe, ma quasi un dispiacere, perché non avrebbe nessuno cui comunicarla.» Così la natura non ama affatto l’isolamento e cerca sempre di appoggiarsi, per così dire, a un sostegno, che è tanto più dolce quanto più caro è l’amico.

Dall’altra dichiara senza troppi pudori:

(61) Ecco, dunque, a mio giudizio, i limiti dell’amicizia: quando gli amici hanno un comportamento irreprensibile, allora mettiamo in comune ogni azione, pensiero, proposito senza eccezione alcuna. Se poi il caso vuole che dobbiamo assecondare gli amici in propositi non del tutto giusti, in cui siano in gioco la loro vita e la loro reputazione, allora si deve fare uno strappo alla regola, purché non ne consegua un gravissimo disonore. Sino a un certo limite, infatti, possiamo usare indulgenza all’amicizia, senza però trascurare la nostra reputazione o sottovalutare il favore dell’opinione pubblica come se fosse una piccola arma nella vita politica, benché accattivarselo con la lusinga e la piaggeria sia una vergogna; quanto alla virtù, da cui sorge l’affetto, non dobbiamo mai rinnegarla.

Si può anche assecondare un proposito “non del tutto giusto’, se è in gioco la vita o l’onore dell’amico, se non si lede la propria immagine e certo qui Cicerone parla dell’agire politico, che ha le sue leggi, le sue regole, non sempre consone alla morale.

Leopardi e Cicerone

Ma vediamo ora cosa Leopardi apprezza e fa suo di questo dialogo. Alcuni passaggi Leopardi li riporta soltanto, senza commentarli: ad uno in particolare però dedica un paragrafo, consigliando la lettura del testo di Cicerone. Si tratta del capitolo XIII, paragrafo 45 e seguenti, che per comodità riporto con qualche taglio in italiano (Leopardi lo cita in latino):

(45) Alcuni che, a quanto sento dire, vennero considerati sapienti in Grecia, hanno sostenuto tesi a mio giudizio paradossali (ma non esiste argomento su cui non cavillino). Una parte afferma che dobbiamo rifuggire dalle amicizie eccessive, per evitare che uno solo si tormenti per molti; a ciascuno bastano e avanzano i propri problemi e farsi carico di quelli altrui è una bella noia. La cosa migliore, secondo loro, è allentare più che si può le briglie dell’amicizia, tirandole o lasciandole andare a proprio piacere; essenziale per vivere bene è la tranquillità, di cui l’animo non può godere se, per così dire, fosse uno solo a sopportare il travaglio per tutti. […]

(47) Ma che bella saggezza! È come se privasse l’universo del sole chi priva la vita dell’amicizia: e niente di più bello, niente di più gradito dell’amicizia abbiamo ricevuto dagli dèi immortali. Allora, che cos’è mai questa tranquillità (quae est enim ista securitas), in apparenza seducente, ma in realtà da ripudiare per molti aspetti? No, non ha senso rifiutarsi di intraprendere una cosa o un’azione onesta, oppure abbandonarla dopo averla intrapresa, per evitare noie. Ma se fuggiamo le preoccupazioni, dobbiamo fuggire la virtù che, all’inevitabile prezzo di qualche apprensione, ci porta a disprezzare e odiare il suo contrario, come fa la bontà con la cattiveria, la temperanza con le passioni, il coraggio con l’ignavia. Ecco perché si vedono soprattutto i giusti soffrire per le ingiustizie, i coraggiosi per la viltà, i moderati per gli eccessi. E proprio di un animo ben educato, quindi, rallegrarsi per il bene e affliggersi per il male.

(48) Perciò, se anche l’animo del saggio è sensibile al dolore – e lo è di sicuro, se non vogliamo ammettere che gli è stata strappata l’umanità -, perché dovremmo sradicare dalla vita l’amicizia, per evitare di provar fastidi a causa sua? Se si elimina il sentimento, che differenza c’è non dico tra l’uomo e una bestia, ma tra l’uomo e un tronco o un sasso o qualcosa del genere? […] Ecco perché l’angoscia, che spesso si deve patire per un amico, non è così forte da escludere l’amicizia dalla vita, non più di quanto siamo disposti a rinunciare alle virtù perché comportano preoccupazioni e fastidi. Poiché quello che induce a stringere un rapporto di amicizia, come ho detto prima, è il balenare di qualche segno di virtù, che induce un animo affine ad accostarsi e legarsi ad essa, quando ciò accade, allora sorge inevitabile l’amore.

In questo passo evidentemente Cicerone critica la dottrina stoica, che suggeriva di evitare l’eccessiva e troppo coinvolgente amicizia che, analogamente ad altre perniciose passioni dell’animo, avrebbe potuto sconvolgerlo. È evidentemente un passo molto bello, che Leopardi commenta così:

«È degna di esser veduta, consultata, e anche [537] tradotta e riportata all’occasione, la bella disputazione di Tullio (Lael. sive de Amicitia c.13. Nam quibusdam etc. sino alla fine) contro quei filosofi greci i quali dicevano caput esse ad beate vivendum, securitatem; qua frui non possit animus, si tamquam parturiat unus pro pluribus: e quindi venivano a prescrivere il curam fugere, e l’honestam rem actionemve, NE SOLLICITUS SIS, aut non suscipere, aut susceptam deponere. La qual filosofia, è presso a poco la filosofia dell’inazione e del nulla, la filosofia perfettamente ragionevole, la filosofia de’ nostri giorni. E quella disputazione di Tullio si può avere per una disputazione contro l’egoismo, sebbene, a quei tempi, ancora ignoto di nome. Quae est enim ista securitas? dice Cicerone; e segue facendo vedere a che cosa porti. Ma il principale è, che non solamente porta a mille assurdità e scelleraggini (secondo natura, non secondo ragione, ma Cicerone chiama la natura, optimam bene vivendi ducem. c.5.): ma non ottiene neanche il suo fine, ch’è la felicità dell’individuo [538] in qualunque modo ottenuta. Anzi al contrario, l’impedisce, e la toglie di natura sua, ed è contraddittoria e incompatibile colla felicità dell’individuo nello stato sociale. Eccoci tutti seguaci di quella setta o dogma che Cicerone impugna. Eccoci tutti filosofi a quella maniera. Eccoci tutti egoisti. Ebbene? siamo noi felici? che cosa godiamo noi? Tolto il bello, il grande, il nobile, la virtù dal mondo, che piacere, che vantaggio, che vita rimane? Non dico in genere, e nella società, ma in particolare, e in ciascuno. Chi è o fu più felice? Gli antichi coi loro sacrifizi, le loro cure, le loro inquietudini, negozi, attività, imprese, pericoli: o noi colla nostra sicurezza, tranquillità, non curanza, ordine, pace, nazione, amore del nostro bene, e non curanza di quello degli altri, o del pubblico ec.? Gli antichi col loro eroismo, o noi col nostro egoismo?» (21. Gen. 1821.)

L’analisi di Leopardi si concentra sul tema dell’egoismo, sostenendo che la filosofia stoica, criticata da Cicerone, è in realtà la filosofia dei nostri giorni: per vivere bene è necessaria la tranquillità (securitas), di cui l’animo non può godere se è troppo coinvolto in relazioni di vera amicizia con gli altri. Il prezzo della tranquillità sarebbe la rinuncia all’empatia, alla condivisione di gioie e dolori: PER NON ESSERE INQUIETO (ne sollicitus sis, espressione che Leopardi evidenzia usando il maiuscolo) si rinuncia a prendersi cura dell’altro, si evita di intraprendere o portare a termine un’azione virtuosa e onesta che potrebbe produrre sollievo all’amico. E sia pure così, continua Leopardi, ma questa scelta egoista ci rende almeno felici? Il discorso qui si amplia e diviene esplicitamente “politico”, assumendo un respiro che certo sarebbe piaciuto a Cicerone ed è profondamente in linea con il suo scritto: la felicità dell’uomo tra gli altri (nello stato sociale) non è perseguibile agendo egoisticamente. Lo pone in luce molto bene un altro passo dello Zibaldone che è importante riportare:

«Oggi l’uomo è nella società quello ch’è una colonna d’aria rispetto a tutte le altre e a ciascuna di loro. S’ella cede, o per rarefazione, o per qualunque conto, le colonne lontane premendo le vicine, e queste premendo né più né meno in tutti i lati, tutte accorrono ad occupare e riempire il suo posto. Così l’uomo nella società egoista. L’uno premendo l’altro, quell’individuo che cede in qualunque maniera, o per mancanza di abilità, o di forza, o per virtù, e perché lasci un vuoto di egoismo, dev’esser sicuro di esser subito calpestato dall’egoismo che ha dintorno per tutti i lati: e di essere stritolato come una macchina pneumatica dalla quale, senza le debite precauzioni, si fosse sottratta l’aria». (11 aprile 1821)

È una pagina terribile, profetica, che anticipa tanta filosofia e tanta letteratura del secondo Ottocento e del Novecento e che sentiamo vera più che mai oggi, nella miseria del nostro presente che calpesta chi resta indietro, chi non tiene il ritmo, chi si dà per vinto e finisce stritolato da altri egoismi. Vivevano meglio gli antichi con le loro cure e inquietudini o noi con la nostra asettica tranquillità? Di fronte al “nostro egoismo” sta il “loro eroismo”, quello degli antichi, memorabile, ma che non consola il presente.

Achille benda Patroclo, Kykix di Sosias, 500 a.C.

L’amicizia per Leopardi

Dunque non è meglio perseguire l’ideale di amicizia proposto da Cicerone? Leopardi è convinto di si e all’amicizia, alla solidarietà, dedica non solo pagine bellissime in tutte le sue opere, ma la rende caposaldo della sua filosofia. Innanzitutto occorre ricordare che Leopardi intrattenne importanti rapporti di amicizia con molti letterati, filologi e uomini di cultura, ma soprattutto con Pietro Giordani e Antonio Ranieri che, in momenti diversi della vita del poeta, rivestirono per lui una grandissima rilevanza, come evidenzia questo passo dello Zibaldone dedicato all’amicizia con Giordani:

«Dopo che l’eroismo è sparito dal mondo, e in vece v’è entrato l’universale egoismo, amicizia vera e capace di far sacrificare l’uno amico all’altro, in persone che ancora abbiano interessi e desideri, è ben difficilissimo. E perciò quantunque si sia sempre detto che l’uguaglianza è l’una delle più certe fautrici dell’amicizia, io trovo oggidì meno verisimile l’amicizia fra due giovani che fra un giovane, e un uomo di sentimento già disingannato del mondo, e disperato della sua propria felicità. Questo non avendo più desideri forti è capace assai più di un giovane d’unirsi ad uno che ancora ne abbia, e concepire vivo ed efficace interesse per lui, formando così un’amicizia reale e solida quando l’altro abbia anima da corrispondergli. E questa circostanza mi pare anche più favorevole all’amicizia, che quella di due persone egualmente disingannate, perché non restando desideri nè interessi in veruno, non resterebbe materia all’amicizia e questa rimarrebbe limitata alle parole e ai sentimenti, ed esclusa dall’azione. Applicate questa osservazione al caso mio col mio degno e singolare amico, e al non averne trovato altro tale, quantunque conoscessi ed amassi e fossi amato da uomini d’ingegno e di ottimo cuore». (20. Gen. 1820.)

L’amicizia è bene difficilissimo, ma non impossibile, soprattutto tra un giovane e una persona di sentimento, ma già disincantata, già consapevole della vanità della ricerca della felicità e dunque propensa a ricercare nell’amico più giovane quello slancio verso la vita, quelle illusioni che lui stesso ha perduto: tale era appunto l’amicizia tra il giovanissimo Leopardi e il più maturo Giordani che ne intuì il genio e seppe sostenerlo e guidarlo. Ma come abbiamo visto non è solo la dimensione privata dell’amicizia ad interessare il filosofo, bensì anche quella “politica”, esattamente come per Cicerone. Per illustrarne almeno in parte la rilevanza è necessario soffermarsi su una bellissima e celebre operetta morale: Il dialogo di Plotino e Porfirio.

Kaspar Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna, 1820

Il dialogo di Plotino e Porfirio

Questa operetta è stata da sempre la mia preferita, perché contiene una pagina, quella finale, di una bellezza struggente e commovente ai miei occhi: un vero e proprio inno all’amicizia. Per introdurla brevemente possiamo dire che l’operetta è stata composta nel 1827, quindi qualche anno il corpus centrale delle Operette morali, composte nel 1824. Leopardi immagina un dialogo tra Plotino, filosofo greco del III secolo d.C., e il suo discepolo Porfirio, il quale manifesta, con articolate argomentazioni, la sua intenzione di togliersi la vita. Nel corso del colloquio il filosofo riconosce che dal punto di vista razionale le conclusioni di Porfirio sono inattaccabili, ma lo invita comunque a vivere, in nome della solidarietà con altri uomini e dell’amicizia. Il dialogo mette a confronto la giustificazione del suicidio secondo ragione, sostenuta da Porfirio, e il suo rifiuto secondo natura, espresso da Plotino, dando voce all’alternanza tra desiderio di morte e amore per la vita presente nell’intera opera leopardiana. Leggiamo l’ultima pagina dell’operetta:

«Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro ragione l’accomodar l’animo alla vita: certamente quello è un atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuolsi elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. E perché anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità del caso? Io so bene che non dee l’animo del sapiente essere troppo molle; né lasciarsi vincere dalla pietà e dal cordoglio in guisa, che egli ne sia perturbato, che cada a terra, che ceda e che venga meno come vile, che si trascorra a lagrime smoderate, ad atti non degni della stabilità di colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione umana. Ma questa fortezza d’animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare; non abusarla in privarci spontaneamente, per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni; o non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo. In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non sono malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovria ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perché non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che così, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Si bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora».

Uccidersi può anche essere ragionevole, ma certo non è secondo natura: è da barbaro, da egoista, lasciare gli amici nel dolore, privare i familiari, i conoscenti e l’intera comunità della propria presenza, della propria compagnia: Leopardi dice proprio “teniamoci compagnia”, sopportiamo insieme i mali che la natura ci ha riservato, aiutandoci scambievolmente. Occorre sconfiggere l’egoismo per restaurare la civiltà, essere consapevoli che non siamo un’isola, ma che la morte di ogni uomo ci “diminuisce”, come recita la celebre poesia di John Donne, perché noi partecipiamo dell’umanità.

Per sottolineare ulteriormente questo aspetto possiamo riferirci a un pensiero dello Zibaldone del 1829, nel quale Leopardi specifica che la sua filosofia non conduce alla misantropia, cioè a un sentimento di avversione nei confronti dei propri simili, in quanto incolpa di ogni cosa la natura.

«[4428] La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbono esser chiamati nè creduti misantropi, portano però cordialmente a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi. ec. ec.» (Recanati. 2. Gennaio. 1829.). V. pag.4513

Auguste Rodin, La Cattedrale, 1908

La ginestra o il fiore del deserto

Punto di approdo della riflessione leopardiana sul tema dell’amicizia e dunque del nostro lavoro non può che essere La ginestra o il fiore del deserto, composta nel 1836 a Torre del Greco, poco prima della morte prematura del poeta. Il canto, ampio ben 317 versi, si apre e si chiude con la figura simbolica della ginestra, il fiore del deserto, che muore e rinasce sulla devastazione, umile, resiliente, portatrice di consolazione e vita laddove c’è solo desolazione. La ginestra rappresenta la volontà di esserci, di resistere, di marcare un’impronta: basta pochissimo a distruggerla, poiché, come l’uomo, è insignificante, ma facilmente eccola che ricresce sulle rovine, non orgogliosa, ma straordinariamente tenace. Tra l’immagine iniziale e finale del fiore si svolge un’ampia riflessione che comprende un duro attacco contro lo spiritualismo cattolico e il falso progressismo. In particolare viene aspramente criticata l’idea delle “magnifiche sorti e progressive” cui sarebbe destinata la civiltà: non solo l’imprevedibilità dei condizionamenti naturali, ma anche l’incapacità della società di fissare e stabilizzare le proprie conquiste e di portarle avanti, determina un perpetuo ciclo di progresso/regresso che l’uomo, nella sua insana ubris, confonde con un moto rettilineo e uniforme verso il meglio.

La parte più interessante ai fini del nostro discorso è quella in cui Leopardi definisce, in contrapposizione a coloro che inneggiano acriticamente al “secol superbo e sciocco”, un ideale tipo umano i cui tratti essenziali sono il coraggio e l’onestà intellettuale, capace di riconoscere che la natura è responsabile dei mali dell’uomo e non i suoi simili. Coerentemente quest’uomo sarà portato a sentire tutti come fratelli, a sentirsi parte di una “umana compagnia”, e sarà pronto a portare aiuto e a riceverlo. Eviterà i conflitti con gli altri uomini, perché sa che solo uniti in “social catena”, in solidi legami sociali, è possibile resistere contro la crudeltà della natura “madre di parto e di voler matrigna”, che ha generato gli uomini per consegnarli a una condizione di infelicità. Quando ciò sarà chiaro a tutta l’umanità, sostenuto da una vera conoscenza, allora la lealtà nei rapporti sociali (l’onesto e retto conversar cittadino), il senso della giustizia e la pietà verso gli altri, avranno un fondamento ben diverso da quello che poggia sulle “superbe fole”, cioè sulle fantasticherie e gli errori dei falsi miti progressisti.

Come si noterà leggendo i versi che seguono, Leopardi attribuisce qui all’amicizia, alla solidarietà, ai valori della cittadinanza attiva e partecipe un ruolo centrale che risulta perfettamente coerente con lo sviluppo del suo pensiero. I frutti connessi alla giovanile lettura del dialogo ciceroniano sono maturati e si sono strutturati in una filosofia “dolorosa ma vera”, militante e impegnata, che costruisce sul valore centrale dell’amicizia la sua utopia sociale, ripudiando l’egoismo, l’antagonismo e…l’ignavia.

Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor
, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade
, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Pubblicato da leroseelabisso

Docente di Italiano e Latino in un liceo classico romano. Lettrice.

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