di Francesca Vennarucci

Introduzione
C’è stato un tempo prima del tempo, anche prima del “c’era una volta”, in cui gli uomini vivevano felici, in pace, senza lavorare, senza ammalarsi, senza neppure morire. Appagati da ciò che li circondava, lieti nella Natura che li nutriva, felici di ciò che essa donava. Si godevano la vita. Questo stato di felicità edenica, pura e innocente, l’uomo la perde: per sua colpa? O perché semplicemente coloro che vivevano prima del tempo non erano uomini? Infatti cos’è l’uomo senza la possibilità di conoscere il bene il male e di scegliere il bene o il male?
Questo scritto si propone di presentare il mito dell’età dell’oro, che attraversa tutte le epoche della cultura occidentale e orientale, così come esso è stato elaborato nella cultura greca e romana. Infatti, mentre nella nostra cultura la prima formulazione del mito riporta alla letteratura greca, a Esiodo, in realtà miti analoghi sono presenti un po’ ovunque: anche il racconto biblico del giardino dell’Eden rientra in quest’ambito o le antiche opere indiane come il Mahayuga. Il mito classico dell’età dell’oro come è stato formulato da Esiodo è l’espressione greca di un mito che correva in tutto l’Oriente: enorme cruogiolo di idee e di miti.
ESIODO, La stirpe d’oro, da Le opere e i giorni, VIII sec. a.C.
Il mito ellenico delle età dell’uomo trova il suo fondamento in una sezione de Le opere e i giorni di Esiodo, introdotta da una breve e significativa presentazione:
Ora se vuoi darò coronamento al mio dire con un altro racconto
bene e in modo opportuno e tu nel tuo cuore riponilo
come medesima origine fu agli dèi e ai mortali.
Il «discorso» che segue, e che occupa una lunga parte del poema, traccia una panoramica dei cicli del tempo in relazione al crollo etico del genere umano. Esiodo suddivide la storia in cinque «stirpi» [génē], quattro delle quali sono legate a un metallo. Abbiamo quindi la stirpe dell’oro, la stirpe dell’argento, la stirpe del bronzo, la stirpe degli eroi e la stirpe del ferro. Ciascuna di queste specie umane viene creata separatamente dalle altre e, dopo una parabola di lunghezza indefinita, viene annientata per far posto alla stirpe successiva. Ma vediamo una panoramica delle varie «stirpi» secondo la descrizione di Esiodo. Stirpe dell’oro [khrysón génos].
«Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Era il tempo di Kronos, quand’egli regnava nel cielo; come dèi vivevano senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti, ricchi d’armenti, cari agli dèi beati». (trad. it. G. Arrighetti)
Notiamo una variante rispetto al racconto biblico del giardino dell’Eden, in cui Adamo ed Eva erano immortali: qui la morte c’è, in quanto si dice che gli uomini “morivano come vinti dal sonno”, in una sorta di inconsapevolezza. Esiodo colloca la stirpe dell’oro nell’epoca di Crono. Creati dagli immortali che dimorano sull’Olimpo, gli uomini aurei vivono esistenze lunghe e serene, liberi dalla vecchiaia e dalle malattie. La terra fornisce spontaneamente quanto basta loro per vivere. Questa stirpe si estinse alla fine del regno di Crono, sebbene Hēsíodos non ne spieghi la ragione. Una volta scomparsi, gli uomini aurei divennero i daímones khrysoí, spiriti venerabili, apportatori di ricchezza.
Stirpe dell’argento [argyrón génos]. Siamo ormai sotto il regno di Zeús. Questa stirpe è, secondo Hēsíodos «molto peggiore, e per nulla simile, sia nell’aspetto che nell’animo, a quella aurea». Creati dagli dèi, gli uomini argentei trascorrono una lunghissima infanzia, ma invecchiano rapidamente e vivono il resto della loro vita afflitti dalla propria stoltezza e protervia. Infantili e gelosi, non hanno alcuna inclinazione al culto divino e, per tale ragione, Zeús li stermina. Anch’essi si trasformano in una classe di spiriti, i daímones argyroí (geni inferiori).
Stirpe del bronzo [khálkeion génos]. Creati da Zeús a partire dai frassini (il cui legno veniva utilizzato per costruire armi), gli uomini della stirpe bronzea sono feroci, possenti, inclini alla guerra e alla violenza. Lavorano il bronzo e di bronzo costruiscono case e armi. Si estinguono a causa della loro ferocia, combattendo tra di loro.
Stirpe degli eroi [hērṓōn génos]. Considerata una continuazione della precedente stirpe bronzea, questa generazione, creata anch’essa da Zeús, è una schiatta di semidèi. Anch’essi violenti e dediti alla guerra, sono nondimeno migliori e più inclini alla giustizia della stirpe che li ha preceduti. Sono i maggiori campioni del mito ellenico, e i migliori di loro cadono nel corso della guerra di Troía.
Stirpe del ferro [sidḗreon génos]. Discesa dalla precedente generazione umana, la stirpe del ferro si identifica con l’umanità storica. Una generazione peggiore delle altre, condannata a pesanti pene e fatiche. Nella loro futura involuzione, questi uomini diverranno sempre più schiavi dei loro istinti peggiori, vedranno la loro vita abbreviarsi e le loro pene moltiplicarsi, finché Zeús metterà loro fine.
Avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe
di uomini, e fossi morto prima oppure nato dopo!
Perché ora la stirpe è di ferro: né mai di giorno
gli uomini cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,
affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.
Anche per questi ai mali si mischieranno dei beni;
ma Zeus distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali,
quando, nascendo, avranno già bianche le tempie.
Allora né il padre sarà simile ai figli né i figli al padre;
né l’ospite all’ospite, né l’amico all’amico,
e nemmeno il fratello sarà caro come prima;
ma ingiuria faranno ai genitori, una volta invecchiati:
a loro rivolgeranno insulti, dicendo malvagie parole,
gli sciagurati, senza temere gli dèi; né daranno
ai genitori anziani di che nutrirsi.
Il giuramento non sarà rispettato, né lo sarà chi è giusto
e onesto: rispetteranno l’autore di mali e l’uomo violento;
la giustizia starà nella forza, e ritegno
non vi sarà; il cattivo danneggerà il buono
pronunciando parole contorte, e sarà spergiuro;
agli uomini tutti, miseri, s’accompagnerà l’invidia,
amara di lingua, felice del male, col suo volto odioso.
E sarà allora che verso l’Olimpo, dalla terra con le sue ampie strade,
da candidi veli coperto il bel corpo,
se ne andranno alla schiera degli immortali, lasciando i mortali,
Pudore e Punizione: ma i dolori che fanno piangere resteranno
agli uomini, e contro il male non ci sarà scampo. (trad. it. G. Arrighetti)

Dunque gli uomini dell’età del ferro, cioè l’età di Esiodo (e la nostra) non rispetteranno i giusti, i buoni, coloro che mantengono la parola, bensì chi è malvagio, chi è violento e la giustizia sarà il diritto del più forte. C’è in questa quinta stirpe un elemento di consapevole malvagità che la differenzia rispetto alla brutalità delle altre: la sua violenza non è cieca come quella della seconda e della terza stirpe, ma si esercita in varie forme nei confronti delle persone che maggiormente hanno diritto al rispetto come l’ospite, l’amico, il fratello, i genitori. Mancherà la considerazione per i giuramenti prestati, per ciò che è dovuto e giusto. Infine, come tratto profondamente caratterizzante: questa stirpe di uomini si servirà della parola, cioè dello strumento tipico dell’intelligenza, come di un mezzo spregiudicato di sopraffazione e violenza. Sono dunque i malvagi che comandano? Esiodo lo suggerisce attraverso la celebre favola dell’usignolo e dello sparviero:
«Ora narrerò un apologo ai giudici, sebbene essi siano saggi. Uno sparviero così parlò all’usignolo dal variopinto collo, mentre, avendolo ghermito con gli artigli, lo stava portando in alto, fra le nubi, e quello, trafitto dagli artigli ricurvi, pietosamente gemeva. A lui, dunque, lo sparviero superbamente parlò: «A che ti lamenti, o infelice? Ti tiene uno che è più forte; dove ti porto io, tu andrai, anche se sei canoro; ti divorerò oppure ti libererò a mio piacere. Stolto è chi vuole combattere contro i più forti: non riporterà alcuna vittoria e, oltre al danno, subirà pure la beffa». Così parlò lo sparviero veloce, uccello dalle grandissime ali. O Perse, ascolta la giustizia e non alimentare la Prepotenza; la prepotenza è dannosa all’uomo debole; nemmeno il grande facilmente la può sopportare, anzi egli stesso rimane oppresso e va incontro a sventure. Migliore è l’altra strada, verso la giustizia: la giustizia al termine del suo corso vince la prepotenza, e solo soffrendo lo stolto impara» (Opere e giorni, vv. 202-218, trad. Magugliani).
Come suggerisce Arrighetti questa favola ha la funzione di indurre i re a meditare su un genere di comportamento che non è proprio dell’uomo, ma degli animali: le bestie seguono la legge della sopraffazione e della violenza, ma gli uomini ne avrebbero una molto migliore, quella della giustizia, che viene da Zeus e per la quale Zeus esige rispetto.
Dunque potremmo interpretare il mito delle età non limitandoci a vedere in esso solo la descrizione della decadenza umana: potremmo considerare Esiodo come «il primo, nella storia della civiltà occidentale, a teorizzare in qualche modo il principio che la storia dell’umanità si volge sulla linea di un sempre maggiore sviluppo intellettuale che permette una più ampia, ma soprattutto più responsabile capacità di agire, nel bene e nel male» (Arrighetti). È innegabile che l’uomo abbia perso la beatitudine caratteristica della stirpe aurea, ma ha acquisito intelligenza e consapevolezza, qualità che, con il loro carico di bene e male, caratterizzano l’uomo. Gli uomini devono infatti moltissimo a Prometeo, colui che cerca di opporre la propria intelligenza e astuzia all’onniscienza di Zeus. Se l’uomo fosse capace di scegliere consapevolmente la giustizia, rinunciando alla tracotanza e alla ferinità, ascoltando la propria coscienza, potrebbe ancora vivere in pace e dignitosamente, svolgendo con onestà il proprio lavoro.

ORAZIO, Epodi, 40-30 a.C.
Mentre nella letteratura greca il mito dell’età dell’oro ritornerà, ma mai in forme troppo diverse da quelle fissate da Esiodo, nella letteratura latina c’è un momento in cui Orazio e Virgilio, ancora giovani, lo recuperano. Siamo intorno al 40 a. C., Cesare è morto da poco, c’è stata la guerra civile di Ottaviano e Marcantonio contro di cesaricidi, un’altra guerra civile è prevedibile…dunque un periodo profondamente incerto e drammatico. Alcuni critici ritengono che l’Epodo XVI di Orazio sia posteriore (38 a.C.) alla IV egloga di Virgilio (40 a.C.), ma poco importa, perché i due testi indicano due diverse risposte possibili ad una stessa situazione di grave instabilità e pericolo per la repubblica dilaniata da guerre civili.
Nella concezione oraziana è lo scelus, l’atroce delitto del fratricidio (l’uccisione di Remo da parte di Romolo) che si pone alle origini della storia, e viene additato quale causa della decadenza che contraddistingue quella «seconda era» che si «estingue nella guerra civile» e che rischia di far «rovinare Roma sulla sua stessa potenza». Leggiamo l’epodo VII, intitolato “Il delitto”:
Dove, dove correte, scellerati? Perché si brandiscono
spade da poco ringuainate?
O troppo poco sangue latino è stato
sparso in terra e sulle distese di Nettuno,
non affinché il Romano ardesse le superbe
rocche dell’ostile Cartagine,
o gli indomiti Britanni scendessero
per la Via Sacra alfine incatenati,
ma perché, secondo i voti dei Parti,
quest’Urbe perisse di sua propria mano?
Mai lupi e leoni ebbero tale costume,
solo contro i dissimili feroci.
Un furore cieco vi trascina, o una forza
più potente? O una colpa? Rispondete!
Tacciono, e un cinereo pallore cosparge i volti,
e gli animi percossi restano attoniti.
È così: acerbi fati incalzano i Romani,
e un delitto di fraterna strage,
da quando fluì in terra dell’incolpevole
Remo il sangue nefasto alla stirpe. (trad. it. Luca Canali)
La distruzione di Roma – impresa che i nemici esterni non riuscirono mai a portare a termine – rischia, dunque, di trasformarsi in realtà ad opera degli stessi Romani che, combattendo tra di loro profanano il sacro suolo dell’Urbe con il sangue dei propri fratelli e rinnovano, così, lo scelus originario. «Come liberarsi questa grande angoscia?» si chiede Orazio, che così risponde:
«Migrare, non ci può essere altra soluzione preferibile […] Andiamo dovunque i piedi ci condurranno, dovunque ci porterà sulle onde il Noto o lo scirocco protervo. Siete d’accordo? o c’è tra voi chi sappia suggerire di meglio? […] A noi s’apre l’Oceano, che aggira la Terra: salpiamo per i campi beati, campi e isole fortunate: dove ogni anno il suolo, senza essere arato, produce la messe, e la vite, anche non potata, fiorisce di continuo; dove germoglia il ramo dell’olivo, che non inganna mai il coltivatore, e il fico adorna bruno la propria pianta; il miele stilla dai cavi lecci e la polla leggera scatta strepitando dalle creste dei monti. […] Quivi non approdò alcuna nave coi rematori d’Argo, né pose piede la donna impudica della Colchide, Né vi rivolsero le prore i naviganti fenicii, né la ciurma di Ulisse, che tanto soffrì. […] Questi lidi riservò Giove alle genti pie, quando corruppe l’età dell’oro in quella del bronzo, e l’età del bronzo indurì poi in quella del ferro». (Orazio, Epodo XVI, 17 ss. e 60 ss., trad. it T. Colamarino)
Le “terre fortunate” di cui parla qui Orazio altro non sono che i luoghi felici che accolsero, secondo Esiodo, alcuni eroi omerici «fuori dei limiti della terra; e loro abitano, con il cuore senza affanni, nelle isole dei felici, presso l’Oceano dai profondi vortici, felici Eroi, a cui il campo fecondo reca tre volte all’anno floridi, dolcissimi frutti». Le terre fortunate sono un luogo evidentemente fuori tempo e anche fuori dallo spazio, presso l’Oceano dai profondi vortici…È qui esplicito il desiderio di sottrarsi alla storia: è un sogno di evasione e di fuga, per non assistere alla rovina di Roma per sua propria mano. Ma è anche una dichiarazione di impotenza: cosa può fare un poeta non abile nel combattimento mentre tutto il suo mondo rischia il collasso? Mentre “un’empia generazione di sangue maledetto”, la sua, renderà il suolo di Roma nuovamente abitato dalle belve, alle “genti pie” non resta che la fuga nel paradiso artificiale del mito, nel luogo che fu degli eroi. Una ripresa del mito disincantata e polemica, come nello stile di Orazio “satiro”, che sotto il sorriso fa trasparire l’angoscia e che vela la paura con la leggerezza.
VIRGILIO, Bucoliche, IV egloga, 40 a.C
Muse di Sicilia, solleviamo il tono del canto:
non tutti amano gli arbusti, le umili tamerici;
se cantiamo le selve, siano selve da console.
È giunta l’ultima età dell’oracolo cumano:
nasce di nuovo il grande ordine dei secoli.
Già torna la Vergine, e torna il regno di Saturno,
già la novella prole discende dall’alto del cielo.
Tu, casta Lucina, proteggi il bambino nascituro
con cui cesserà la generazione del ferro e in tutto il mondo
sorgerà quella dell’oro: già regna il tuo Apollo.
Sotto di te console comincerà la gloria di quest’era,
o Pollione, e incominceranno a trascorrere i grandi mesi.
Con te per guida, se resta traccia dei nostri delitti,
sarà vanificata e scioglierà dal continuo timore la terra.
Egli riceverà la vita degli Dei e vedrà gli eroi
misti agli Dei, e lui stesso apparirà ad essi
e reggerà il mondo pacato dalle virtù del padre.
Per te, o fanciullo, la terra senza che nessuno la coltivi,
effonderà i primi piccoli doni, l’edera errante
qua e là con l’elicriso e la colocasta con il gaio acanto.
Le capre da sole riporteranno gli uberi colmi
di latte, e gli armenti non temeranno i grandi leoni.
La stessa culla spargerà per te soavi fiori.
Svanirà anche il serpente, svanirà l’erba insidiosa
di veleno, e dovunque nascerà l’amomo di Assiria.
Ma quando potrai leggere le lodi degli eroi
e le imprese del padre, e conoscere che cosa sia la virtù,
imbiondirà a poco a poco la campagna di ondeggianti spighe,
da selvaggi roveti penderanno rossi grappoli d’uva,
le dure querce stilleranno una rugiada di miele.
Resteranno tuttavia poche tracce dell’antica malizia,
che faranno affrontare Teti con navigli, cingere
di mura le città, incidere di solchi la terra.
Allora vi sarà un altro Tifi, e un’altra Argo
Che trasporti scelti eroi; vi saranno altre guerre
E di nuovo sarà mandato a Troia il grande Achille.
Poi, quando la salda età ti avrà fatto uomo,
il mercante da sé si ritrarrà dal mare, le navi di pino
non scambieranno le merci; ogni terra produrrà tutto.
Il suolo non patirà rastrelli, né la vigna la falce;
anche il robusto aratore scioglierà i tori dal giogo;
e la lana non saprà più fingere i vari colori,
l’ariete da sé nei prati cambierà il colore del vello
con la porpora che rosseggia soave, con il giallo che svaria nell’oro:
spontaneamente il carminio rivestirà gli agnelli al pascolo.
“Affrettate tali secoli”, hanno detto ai loro fusi
le Parche concordi nell’irremovibile volontà del Fato.
Sarà ormai tempo di raggiungere i più alti onori,
o diletta prole degli Dei, o glorioso rampollo di Giove!
Guarda il mondo che scuote la curva mole,
e la terra e le distese del mare e il cielo profondo!
Guarda come tutto s’allieta del secolo che viene!
Oh, mi resti l’ultima parte d’una lunga vita
e mi sia bastante lo spirito per celebrare le tue imprese:
non potranno vincermi nel canto né Orfeo di Tracia,
né Lino, sebbene l’uno assista la madre, e l’altro
il padre, Orfeo Calliope, Lino il bellissimo Apollo.
Persino se Pan gareggiasse con me, a giudizio di Arcadia,
persino Pan si direbbe vinto, a giudizio di Arcadia.
Comincia, o piccolo fanciullo, a riconoscere con un sorriso la madre:
alla madre nove mesi arrecarono lunghi travagli,
comincia piccolo fanciullo: a chi non sorrisero i genitori
un dio non concede la mensa, né una dea l’amoroso giaciglio (trad. di Luca Canali).
L’egloga IV di Virgilio, uno dei testi più noti, commentati e complessi della storia letteraria, si apre con un inedito: l’età dell’oro rinasce! Barbero, in un interessante intervento su questo tema, fa notare il potenziale politico enorme presente in questa affermazione. Mentre Orazio vorrebbe fuggire nelle isole fortunate, Virgilio ha già fatto una scelta di campo: Virgilio rimane perché ha scommesso su Ottaviano ed è convinto che grazie a lui ritornerà l’età dell’oro. Eppure questa interpretazione diciamo politica, molto diffusa, risulta estremamente riduttiva per intendere fino in fondo il senso di questo testo: un puer sta per nascere, un fanciullo “con cui cesserà la generazione del ferro e in tutto il mondo sorgerà quella dell’oro”. Spesso ci si è interrogati tentando di dare un nome a questo fanciullo, ma egli è evidentemente un “messia”, un salvatore cui lo spirito esausto di guerra tende, perché consenta una rinascita. Il desiderio di palingenesi che il giovane Virgilio esprime è stato non a caso interpretato dai cristiani come anticipazione della nascita di Cristo e in realtà i filologi ci spiegano che il mito del divino fanciullo era diffuso in tutto il Medio Oriente.
L’idea della ciclicità delle età/generazioni non era mai stata chiaramente espressa e ciò proietta il mito nella dimensione dell’utopia: lo sottrae al sostanziale pessimismo regressivo per cui il tempo migliore è già trascorso e inattingibile e lo scaglia nel futuro con una forza che non è sfuggita a nessuno degli interpreti: si evoca una rinascita religiosa, spirituale, non limitata a Roma e al suo impero, ma per tutta l’umanità. A poco a poco, crescendo, il fanciullo restaurerà il regno di Saturno cancellando anche quei segni di “antica malizia” che erano rimasti, o nei quali gli uomini erano ricaduti pervicacemente: solcare il mare, cingere di mura le città, incidere la terra con l’aratro. Non sarà più necessario aggredire la natura in modo crudele: il suolo non patirà rastrelli, la vigna non patirà la falce, i buoi saranno liberi dal giogo…c’è sicuramente qualcosa di malvagio, sembra dirci Virgilio, non solo in questa egloga, nel modo in cui l’uomo aggredisce la natura per asservirla. In Esiodo il punto di vista era centrato sull’uomo, sul suo lavoro, sulla sua fatica. Con Orazio e Virgilio emerge la “cattiva coscienza” di una civilizzazione che è asservimento della natura. Quindi “Incipe parve puer risu cognoscere matrem”: inizia fanciullo a riconoscere con un sorriso la madre, la terra che ti ha generato e che ha sofferto tanti travagli. Riporta la sperata pace.
È bene ricordare che Dante tradurrà nella sua Commedia tre versi tratti da questa egloga virgiliana: «Quando dicesti “Secol si rinnova/torna giustizia e primo tempo umano/ e progenie scende da ciel nova”» (Pg XXII, vv. 70-72). A pronunciare questi celebri versi è il poeta Stazio che celebra Virgilio: “per te poeta fui, per te cristiano” affermerà, omaggiando il poeta delle Bucoliche grazie al quale non solo ha scelto di diventare poeta, ma anche di convertirsi al cristianesimo. Troviamo in questo passo la testimonianza del fatto che i cristiani, a partire da Costantino, Lattanzio e Agostino, per giungere fino ad Abelardo e Dante, hanno interpretato i versi dell’egloga virgiliana come l’avvento del loro Messia.
Mentre in Orazio il tema dell’età dell’oro non torna più, Virgilio lo affronta anche nelle altre sue opere, sia nelle Georgiche sia in due passaggi chiave dell’Eneide.
VIRGILIO, Georgiche I, 118-159, Teodicea del lavoro, 37-29 a.C.
Nelle Georgiche si parla di agricoltura, coltivazione, tecniche umane: leggiamo in quest’opera l’esaltazione della capacità umana di intervenire sulla natura e farle produrre ricchezza. Virgilio torna sul tema dell’età dell’oro ed ecco che risuona l’idea che i nostri strumenti appartengono a un’epoca di violenza:
«Eppure, dopo tanta fatica di uomini e di buoi nel voltare e rivoltare la terra, ecco: recano danno le oche ingorde o le gru dello Strimone, la cicoria dalle fibre amare o l’ombra nociva. È il padre Giove, lui stesso, che ha voluto così difficile la via del coltivare, e per primo fece smuovere con arte la terra dei campi, aguzzando con le preoccupazioni i pensieri dei mortali, per impedire che il suo regno restasse addormentato in un pesante torpore d’inerzia. Prima di Giove nessun colono lavorava i campi; neppure segnare terreni o dividerli con un confine era permesso; i beni acquistati andavano in comune, e la terra da sola recava tutto più generosamente, senza bisogno di chiedere. Fu lui che fornì il veleno malefico ai serpenti neri, che ordinò di predare ai lupi e al mare di agitarsi, scosse via il miele dalle foglie e nascose il fuoco e fermò il vino che scorreva ampiamente in ruscelli – in modo che il bisogno, poco a poco, forgiasse con la riflessione le diverse arti, e cercasse nei solchi la pianta del frumento, in modo che facesse balzar su dalle vene della selce il fuoco nascosto. (trad. A. Barchiesi)
In tutto il primo libro delle Georgiche Virgilio insiste sul lavoro agricolo come lotta interminabile, quasi come condanna: l’immagine della fatica è resa soprattutto attraverso metafore tratte dal linguaggio militare: il contadino che semina è visto come un soldato che prima lancia il giavellotto e poi impegna un corpo a corpo, un combattimento con la terra. In questo passo si pone il problema della giustificazione complessiva del lavoro. Il critico Klingner ha definito questi versi come un “dialogo interiore” di Virgilio con Lucrezio. Lucrezio contestava l’idea di provvidenza mostrando che il mondo non è stato fatto per noi; e che solo gli sforzi dell’uomo hanno strappato una zona di terra coltivata alla natura selvaggia; e anche questa conquista rimane precaria, insidiata da mille incidenti che possono guastare il raccolto (Lucrezio, De rerum natura 5, 195 sgg). In Virgilio il dato di questa conquista precaria non viene mascherato, bensì ricondotto a una decisione divina che ha voluto la fine dello stato originario, la cessazione dell’età dell’oro in cui la natura donava spontaneamente all’uomo, senza la costrizione delle artes.
Siamo dunque ancora nel solco della tradizione, perché molte mitologie antiche attribuivano l’origine delle tecniche ad un impulso divino. Ma come giustifica Virgilio questo intervento apparentemente ostile all’uomo? Come fa notare Barchiesi il nucleo della teodicea sta nel concetto di veternus (torpore, apatia): allo stato di natura sembra essere connaturata una specie di torpida pigrizia. Per impedire questa malattia dello spirito il padre Giove avrebbe abolito l’età dell’oro. Lo stesso tipo di intervento era motivato, nel pensiero mitico, per esempio di Esiodo, come punizione per una colpa specifica (cfr. il mito di Prometeo), ma anche in quel caso, come abbiamo visto, gli uomini dell’età dell’oro vivevano in una sorta di beata inconsapevolezza e il decadimento successivo va comunque nel segno di una maggiore capacità intellettuale dell’uomo.
Significativo appare il riferimento al racconto del peccato originale presente nella Genesi. Ecco la necessità del lavoro e della sua duplicità: esso sarà sempre visto da chi lo pratica come necessità ingrata, frutto del bisogno; ma rientra in un piano superiore che spinge l’uomo ad affinare nell’esperienza quotidiana la sua capacità tecnica. Virgilio dialoga così con Lucrezio senza rinunciare a due idee apparentemente inconciliabili: la rappresentazione realistica della fatica agricola e la fede nella teodicea.
Da notare poi un’ultima cosa interessante: nell’età aurea non era lecito delimitare o segnare con un confine il campo, dunque non esisteva la proprietà privata e mettevano tutto in comune. Questo aspetto c’era implicitamente anche nelle altre descrizioni dell’età dell’oro, ma Virgilio lo rende esplicito per la prima volta. Ed è questo un altro tema ricchissimo di sviluppi.
VIRGILIO, Eneide, libro VI e libro VIII, 29-19 a.C.
Sebbene anche in questo caso l’interpretazione in chiave politica risulti molto limitativa e non esaustiva, è innegabile che nell’Eneide ci siano riferimenti espliciti ad Augusto, che è ormai stabilmente al potere. Virgilio afferma che Augusto Cesare, figlio del Divo, ha instaurato una nuova età dell’oro ponendo fine alle guerre fratricide che tanto avevano preoccupato Orazio e tutti i Romani. L’affermazione è collocata nel libro sesto dell’Eneide, nell’ambito della discesa agli Inferi di Enea e del suo lungo colloquio con il padre Anchise sulla nascita di Roma; a parlare è appunto Anchise che delinea, attraverso rapidi quadri, la storia di Roma dalla sua fondazione, sotto forma di profezia, delineando a Enea uno scenario futuro rassicurante di successi e potere:
Questo è l’uomo che spesso ti senti promettere,
l’Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà
di nuovo il secolo d’oro nel Lazio per i campi
regnati un tempo da Saturno; estenderà l’impero
sui Garamanti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le stelle,
oltre le vie dell’anno e del sole, dove Atlante, portatore del cielo,
volge sull’omero la volta trapunta di stelle lucenti. (trad. it. Luca Canali)
Qui non si parla più di generazione d’oro, di una stirpe d’oro, ma di un’epoca d’oro, che torna con Augusto. Nel libro VIII dell’Eneide Virgilio richiama l’archetipo dell’età dell’oro, ma essa non è più quella di Esiodo: entriamo qui, come nota Canali, “nel più geloso penetrale dell’ideologia virgiliana”, cioè l’esaltazione del Lazio come terra d’origine della civiltà agricola e pastorale.
«Allora il re Evandro, fondatore della rocca romana:
“Abitavano questi luoghi Fauni indigeni e Ninfe;
forti creature nate da tronchi di duro rovere;
non avevano civiltà di costumi, né sapevano aggiogare
tori, o raccogliere provviste, o serbare il raccolto,
ma gli alberi e la dura caccia li sostentavano di nutrimento.
Primo venne Saturno dall’etereo Olimpo,
fuggendo le armi di Giove ed esule del regno usurpato.
Raccolse la stirpe indocile e dispersa per gli alti monti,
e diede leggi e volle che si chiamassero Lazio
le terre nella cui custodia era vissuto nascosto. Sotto quel re vi fu il secolo d’oro, che narrano; così reggeva i popoli in placida pace;
finché poco a poco seguì un’età peggiore, che mutava
in peggio il colore, e la furia della guerra e del desiderio di possesso.» (trad.it. Luca Canali)
È il re Evandro a narrare la storia di Saturno cacciato, esule, che giunge nel Lazio a portare civiltà, a creare un’età dell’oro. La ricorda a un altro profugo, Enea, che approda anch’egli nel Lazio per gettare le basi della sua eterna fortuna e saggezza. Come l’arrivo di Saturno aveva portato la felicità dei secoli d’oro, così la venuta di Enea determina un nuovo felice affratellamento e assicura le premesse per la sana civiltà agricola da cui sboccerà Roma. Dopo tanti secoli Augusto, discendente di Enea, rinnoverà l’età dell’oro, attraverso l’auspicato ritorno a una dimensione di serenità e PACE. Importante è però sottolineare un aspetto: Saturno dà leggi! Virgilio modifica qui la primitiva concezione dell’età dell’oro come èra miracolosa: essa è una creazione di Saturno dopo l’avvento di Giove, nel senso che Saturno conosce le leggi e le offre agli uomini, leggi per coltivare la terra e per vivere in armonia e in pace.
«Questa interpretazione dell’età dell’oro in termini politici, in cui confluiscono la tradizione greca del salvatore (sotèr) e quella latina del padre della patria (pater patriae), diventerà uno strumento della propaganda imperiale e avrà applicazioni nel Medioevo, nel Rinascimento e nell’età moderna» (G. Costa). L’idea che nel futuro tornerà la condizione primigenia diventa uno dei più diffusi modelli dell’utopia politica, perdurante fino all’età moderna.
Eppure, anche in questo caso, l’interpretazione politica non basta a rendere conto della profondità dell’opera e della tragicità della figura di Enea, novello Aristeo, chiamato ad essere “pio”, obbediente, ossequioso, anche quando la realtà gli risulta incomprensibile e contraria al suo intimo volere. D’altronde la ricchezza di interpretazioni è segno della profonda vitalità dell’opera che non perde la capacità di parlare al nostro presente.
OVIDIO, Metamorfosi I, vv. 89-112, 8 d.C.
«Per prima fiorì l’età dell’oro, che senza giustizieri o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine. Non v’era timore di pene, né incise nel bronzo si leggevano minacce, o in ginocchio la gente temeva i verdetti di un giudice, sicura e libera com’era.
Reciso dai suoi monti, nell’onda limpida il pino ancora non s’era immerso per scoprire terre straniere e i mortali non conoscevano lidi se non i propri. Ancora non cingevano le città fossati scoscesi, non v’erano trombe dritte, corni curvi di bronzo, né elmi o spade: senza bisogno di eserciti, la gente viveva tranquilla in braccio all’ozio. Libera, non toccata dal rastrello, non solcata dall’aratro, la terra produceva ogni cosa da sé e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente, raccoglievano corbezzoli, fragole di monte, corniole, more nascoste tra le spine dei rovi e ghiande cadute dall’albero arioso di Giove.
Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme, e subito la terra non arata produceva frutti, i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature; e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano, mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato». (trad. it. P. Bernardini Marzolla)
Questa di Ovidio è certamente la più coerente e lineare descrizione non solo dell’età dell’oro, ma anche di quelle successive: argento, bronzo e ferro; il poeta riprende e ricompone in modo molto preciso tutti gli elementi presenti nella tradizione precedente. Risulta evidente una caratteristica: l’età dell’oro viene definita attraverso una serie di negazioni, spiegando ciò che non è; e ciò che non è somiglia in modo inquietante al mondo dell’impero augusteo, in cui l’accento viene posto sulle «buone leggi», sulla buona politica, sul commercio. Vengono qui aspramente criticati i tre poteri giudiziario, politico e militare, che costituiscono il nucleo dell’imperium. Il primo tratto distintivo dell’età dell’oro ovidiana è di natura giuridica: non vi è la legge, perché gli uomini si comportano onestamente senza bisogno né di leggi né di repressione. Talmente importante è l’assenza di repressione, che il concetto viene ribadito due volte: vindice nullo al v. 89, sine vindice al v. 93. L’uomo teme dunque la legge così come teme la politica: il valore positivo dell’età dell’oro è attribuito all’assenza della mediazione politica. Non c’era dunque la paura, quella che ai tempi di Ovidio prendeva il proscritto di essere privato dei propri beni, esiliato oppure ucciso.
Nell’età dell’oro inoltre non esiste la pratica di tagliare gli alberi e vediamo in questo una critica implicita alla guerra: con gli alberi infatti si fanno macchine belliche, fortificazioni e navi per solcare i mari. Non si va in terra straniera, né per commerciare, né per combattere: la pace è l’attributo principale dell’età dell’oro.
Nella descrizione delle successive età si chiarirà meglio la posizione di Ovidio. Quando Giove prende il comando dei cieli si passa all’età d’argento, la cui caratteristica fondamentale è la nascita dell’agricoltura. Ovidio e i romani avevano un’idea giusta della nascita dell’agricoltura: essa era nata per la prima volta nella mezzaluna fertile, zona molto ricca di animali e per questo con grandi comunità umane, le quali erano nomadi e giravano alla ricerca di nuove prede; tuttavia a seguito dell’aumento della popolazione, la cacciagione non bastò più e si passò all’agricoltura. È degno di nota il fatto che l’agricoltore era più magro e lavorava di più rispetto al cacciatore-raccoglitore. Questo perché la popolazione cresceva più velocemente di quanto il loro sistema agricolo e produttivo potesse sopportare. Ciò viene spiegato molto bene nel testo di Jared Diamond Armi, acciaio e malattie. Quindi vediamo che gli italici hanno interpretato bene il ruolo dell’agricoltura, perché di essa inizialmente non c’era bisogno; in seguito la situazione peggiora e comunque l’agricoltura non basta. Al contrario invece in altri miti, come quelli egiziani e aztechi, l’agricoltura è vista come un prezioso dono degli dei agli uomini.

Dopo l’età del bronzo subentra la più funesta di tutte le età, quella del ferro. Caratteristico di questa età è il commercio. Nella storia il commercio subentrò quando qualcuno aveva di più rispetto al fabbisogno essenziale di una merce, che quindi veniva scambiata con gli altri; invece in Ovidio il commercio viene visto in chiave negativa, perché rende gli uomini avidi ed è segno della decadenza dell’umanità che non ha più la natura a sfamarla, che non si accontenta più di ciò che ha. L’uomo che solca i mari si contrappone all’uomo chiuso nel proprio mondo, isolato, tranquillo. Per commerciare interagisce con altri popoli, entra in contatto con altre culture, evento storicamente positivo visto però dai romani in chiave negativa. Infatti attraverso lo scambio con usi e costumi diversi il cittadino romano perde il proprio stile di vita sobrio, morigerato e legato al mos maiorum: e infatti la società ideale dell’età dell’oro ci viene mostrata come una in cui tutti sono naturalmente leali e hanno il codice d’onore della nobiltà. Inoltre il commercio favorisce l’avidità, il desiderio di possedere beni e ricchezze. Ciò è strettamente collegato alle guerre, che non iniziano per necessità, come è accaduto storicamente, bensì per avidità e non per bisogni essenziali, in quanto la terra produceva abbastanza per tutti.
La ricerca della ricchezza, secondo il mito delle età narrato da Ovidio, allontana gli uomini dalla felicità, li corrompe al punto da renderli sleali e inumani anche nei confronti delle persone più care: non sono più sacri i valori della patria, perché nulla viene più considerato sacro.
TIBULLO, Elegia I,3, 26-25 a.C.
Tibullo, nella terza elegia del primo libro, ci offre una suggestiva quanto significativa rappresentazione dell’età dell’oro distante sia da quella di Ovidio, che, come abbiamo visto, se ne serve per criticare aspramente il suo tempo, sia da quella di Virgilio, che la rende un’utopia. Tibullo, in quello che è uno dei più bei testi della tradizione letteraria latina, si serve del mito per dar vita a quella che potremmo definire una utopia privata, tutta giocata sul desiderio di tranquillità, amore e pace. Come è noto l’elegia si apre con il lamento del poeta che, partito con il suo amico e protettore, Messalla, per una spedizione militare in Oriente, è costretto a fermarsi a Corfù: egli teme di morire lì, solo, lontano dalla madre, dalla sorella, ma soprattutto dall’amata Delia, che pure lo aveva pregato di non partire. In preda alla nostalgia per l’amata il poeta comprende che non avrebbe mai dovuto contravvenire alle leggi di Amore, che non vuole la separazione degli amanti. Purtroppo però esiste la guerra, l’età dell’oro è lontana…
Com’era felice la vita sotto il regno di Saturno,
prima che la terra fosse aperta a viaggi lontani!
Sfidato ancora non aveva il pino
le onde azzurre del mare e offerto al vento
vele spiegate, in cerca di lucro,
battendo terre sconosciute, un marinaio
aveva colmato la nave di merci straniere.
Mai in quel tempo un toro
sottomise al giogo la propria forza,
n? un cavallo con la bocca domata morse il freno;
nessuna casa aveva porte e
non si piantavano pietre nei campi
per fissare confini invalicabili ai poderi.
Stillavano miele le querce
e spontaneamente le agnelle
gonfie di latte offrivano le poppe
alla gente serena.
Non c’era esercito, n? rabbia, guerre
o un fabbro disumano
che con arte crudele foggiasse le spade.
Ora sotto la signoria di Giove
non vi sono che ferite ed eccidi,
ora il mare, ora le mille vie
d’una morte improvvisa. (trad. it Luca Canali)
Come si nota Tibullo offre in pochi versi una rappresentazione efficace dei principali tratti dell’età dell’oro analizzati nei poeti precedentemente trattati, sottolineando la durezza del momento presente (siamo intorno al 29 a.C.), caratterizzato da guerre e spedizioni piene di pericoli e insidie a cui è difficile sottrarsi. Non resta dunque che vagheggiare il ritorno all’età dell’oro: immaginare, sognare una propria personale e privata utopia, in cui Delia attende casta e laboriosa il ritorno del poeta. E quando lui infine giungerà, inatteso e sempre sperato, Delia spettinata e scalza gli correrà incontro: «Hoc precor, hunc illum nobis Aurora nitentem/Luciferum roseis candida portet equis».
Ma tu conservati pura, ti prego,
e custode del tuo casto pudore,
ti sieda sempre vicino una vecchia premurosa,
che raccontandoti favole, alla luce della lucerna,
tragga dalla gonfia conocchia
l’interminabile suo filo, finché accanto la giovane,
al suo compito faticoso intenta,
non sia vinta dal sonno a poco a poco
e lasci in terra cadere il lavoro.
A quel punto vorrei d’improvviso arrivare,
senza che prima nessuno mi annunci,
comparirti davanti come piovuto dal cielo.
A quel punto, cosí come sarai,
con i lunghi capelli scarmigliati,
a piedi scalzi corrimi incontro, mia Delia.
Questo io prego: che su cavalli dorati
splendente l’aurora mi porti
l’alba radiosa di un giorno cosí. (trad. it Luca Canali)
SENECA, Fedra, 49-64 d.C.
Nella tragedia dedicata a Fedra è Seneca a riprendere il mito dell’età dell’oro. Lo fa attraverso la figura tragica di Ippolito, che rivendica per se stesso la vita libera e casta del cacciatore, ponendola in relazione con quella degli antichi:
Chi ha mantenuto la sua purezza nei boschi non arde di folle cupidigia, non smania per una popolarità infida ai buoni, non è avvelenato dalla gelosia né illuso dal fragile favore dei potenti, […] è libero da speranza e da timore […]la sua proprietà non ha confini: si aggira senza danno di alcuno per l’aperta campagna, sotto il cielo aperto, vuole l’aria e la luce, e la sua vita ha testimonio il cielo. Così si viveva, penso, mescolati agli dei nell’età più antica. Non ci fu per loro cieca brama d’oro, non cippo sacro nei campi a segnare i confini, arbitrio fra i popoli; non navi che si affidano all’inganno dei flutti: ma a ognuno era noto solo il mare della sua patria; non cinture di torri e bastioni intorno alle città non armi nella mano feroce del soldato non massi lanciati dalla catapulta a infrangere porte sbarrate, non buoi aggiogati che impongono alla terra di servire un padrone, ma la spontanea fertilità dei campi nutriva genti senza pretese e la natura offriva le risorse dei suoi boschi e le sue grotte ombrose per dimora. Ruppero questo accordo l’empia frenesia di guadagno, l’ira impaziente e le brame che non danno mai pace al cuore; venne la sete sanguinosa di potere, il più piccolo fu preda del più grosso: e la forza fu diritto. Allora si cominciò a combattere … e poi il dio della morte inventò sempre più efficaci forme per dare la morte … e si moltiplicarono le empietà, dei fratelli contro i fratelli, dei figli contro i padri, delle madri e delle matrigne: il primo dei mali è la donna […] (trad. it. Alfonso Traina)
Lo scopo di Ippolito appare evidente: sottolineando la vicinanza dell’esistenza che egli ha scelto con quella imposta dalla natura in un tempo arcaico e ideale, egli intende dimostrare che solo questa è la vita “secondo natura” e che egli, rifacendosi a questo modello e non discostandosene in alcun modo, non può aver commesso nessuna colpa. «L’età dell’oro non è un motivo meramente letterario, ma si impone come memoria mitica, nostalgia per un tempo mitico, primigenio, protostorico o addirittura ‘transhistorico’, che diventa esemplare e paradigmatico, in opposizione a quello ‘storico’» (Critelli) Il furor lucri, l’ira praeceps, la libido, la sitis cruenta imperii segnano bruscamente la fine di questo stato idilliaco: Ippolito in questi pochi versi accumula una serie di vizi che, a suo giudizio, sono assolutamente esecrabili, mettendo al primo posto la bramosia di denaro e la spasmodica ricerca del potere: proprio gli aspetti maggiormente rappresentativi, nella sua prospettiva, della vita corrotta dell’urbs.
Il contrasto esasperato tra la figura di Ippolito e quella di Fedra si carica in Seneca di un valore fortemente politico, in un’occasione per criticare la società romana e aborrire il “palazzo” imperiale. Infatti Ippolito è estraneo alla città e alla reggia, lontano dal mondo degli uomini e avido di solitudini libere e aperte, innocente, amante casto della natura incontaminata su cui regna Artemide, signora di monti, boschi, zone disabitate dagli uomini; Fedra invece è schiava del dio Amore, chiusa dentro le mura della città socializzata e artificiale, abitante di una reggia “oscura”, culla di ogni male. Dentro il palazzo nasce la corruzione dell’animo che porta alla rovina. La brama di potere, non solo di ricchezza, corrompe gli animi. E chi meglio di Seneca poteva saperlo?
DANTE, Divina Commedia, Purgatorio XXII e XXVIII

Della mitica età favoleggiata dai poeti, Dante fa specifica menzione nella Commedia tre volte volte: la prima, come abbiamo visto, quando Stazio nell’incontrare Virgilio lo omaggia citando tre versi della quarta egloga. L’altra come uno degli esempi di temperanza nella cornice dei golosi (Pg XXII 148-150), dove, con una certa razionalizzazione del mito, è detto che in tale età la fame rendeva saporite le ghiande e la sete faceva dell’acqua dei fiumi un nettare (Lo secol primo, quant’oro fu bello, / fé savorose con fame le ghiande, / e nettare con sete ogne ruscello). La terza volta è Matelda che afferma, nel Paradiso terrestre, che le bellezze dell’Eden sarebbero state adombrate dagli antichi poeti nelle loro favole sull’età prima dell’uomo (Pg XXVIII 139-144):
“Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice”.
Come fa notare nel suo commento Chiavacci Leonardi, il tempo passato e perduto dell’irraggiungibile età dell’oro si rovescia in luogo d’arrivo, anzi di transito per un più ampio eppure raggiungibile luogo di felicità. Il grande cerchio dell’invenzione dantesca, che per tutto il poema stringe insieme le due età, i due mondi classico e cristiano (e Virgilio, il solo che aveva presentito l’avverarsi del sogno, e sorride, ne è la figura più alta), sembra trovare qui il suo punto centrale. «Come già un’altra volta, in un altro mito, i lembi dei due mondi sembrano toccarsi: quando il navigatore che passò le colonne giunse in vista di questa stessa montagna che al suo tempo, al di qua della data che divise la storia, era dato soltanto sognare». La coincidenza del felice luogo cantato dai poeti latini con il giardino della scrittura appare a Dante come un segno del dono divino concesso ai poeti di presentire, quasi in sogno, la verità rivelata da Dio agli autori biblici. Dante è commosso dall’idea che l’antica poesia abbia in qualche modo divinato la verità cristiana.