di Francesca Vennarucci
Il 12 luglio 2025 è mancato Lucio Russo, matematico, fisico e storico della scienza, noto in particolare per alcuni saggi quali La rivoluzione dimenticata e, per chi come me vive il mondo della scuola, Segmenti e bastoncini. Nel primo scritto, che risale al 1996, Russo sostiene, per la gioia imperitura di tutti i classicisti, che la scienza moderna non nasce con Galileo e Newton, ma alla fine del IV secolo a.C.: Euclide, Archimede, Eratostene, Aristarco di Samo e tanti altri raffinati scienziati del mondo ellenistico, attraverso i loro studi, hanno anticipato questioni e problemi che sarebbero stati ripresi e studiati dal XVII secolo in poi. Ora. Io chiaramente non sono una storica della scienza e questo blog si occupa di letteratura, ma Lucio Russo mi ha fatto scoprire e amare ormai tanti anni fa questa disciplina che conoscevo poco e le sue riflessioni hanno un valore che va al di là dei confini dei singoli saperi, in quanto pertengono al modo in cui si mantiene e si tramanda la conoscenza: tema che dovrebbe interessarci tutti, oggi più che mai. Dunque per rendere omaggio alla sua figura e ripagare in parte il debito di gratitudine nei suoi confronti, riporto qui una parte del suo studio del 2003 dal titolo Flussi e riflussi. Indagine sull’origine di una teoria scientifica. In particolare ho trovato illuminante la parte in cui parla delle diverse idee sulla forma della Terra. Il testo è seguito da un mio breve commento.

La sfericità della Terra da Parmenide a Colombo
Spesso si dà credito ad una leggenda: gli “Antichi” ritenevano che la Terra fosse piatta, finché Cristoforo Colombo non ha genialmente scoperto la sua sfericità. Sappiamo invece che al tempo di Platone e Aristotele, ossia nel V-IV sec. a. C. la sfericità della Terra era considerata un’acquisizione certa: cosa dimostra questa storia? Che molte conoscenze si perdono, o vengono tramandate da poche persone sotto forma di “fossili”, lontane dal contesto storico-culturale che le ha originate e dunque incomprensibili. Il libro di Lucio Russo si prefigge lo scopo di indagare le zone oscure della storia della cultura: «la perdita di conoscenze, la loro imbalsamazione e sterilizzazione, il recupero inconsapevole di antiche idee vissuto come conquista originale, la rimozione della memoria storica». Lo storico della scienza ci conduce, con un metodo indiziario e poliziesco, a comprendere i complessi fattori che concorrono alla nascita di una teoria scientifica: il motivo per cui la teoria greca era caduta nell’oblio, sopravvivendo in maniera frammentaria e superficiale; il modo in cui da questi frammenti sparsi fu poi possibile rigenerarla; il modo in cui più personalità vi lavorarono, aggiungendo tassello a tassello. Se ne conclude che le conoscenze non sono dovute a geni che improvvisamente scoprono dal nulla la gravitazione universale o la circolazione sangiugna, ma a tante persone che procedono per piccoli passi, a volte dimenticando, altre volte riscoprendo: un cammino non lineare, lontano dalla cieca fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”, ma più a misura umana. Soprattutto un cammino che va salvaguardato e protetto, mantenendo vivo e diffuso il sapere scientifico e rendendone stabile e profonda l’acquisizione. Per chiarire alcuni aspetti generali della trasmissione delle conoscenze Lucio Russo esamina dunque la vicenda delle idee sulla forma della Terra.
Antiche idee sulla Terra e la gravità
«In tutte le civiltà pre-classiche la Terra era ritenuta piatta, la direzione della verticale era considerata assoluta e la gravità era concepita come una forza agente su tutti i corpi pesanti in una direzione fissa: quella verticale, diretta verso il basso. Ciò che era in alto era creduto di natura opposta agli oggetti tipici delle profondità. Concezioni di questo tipo, che sono perfettamente adeguate a spiegare molti fenomeni quotidiani, avevano anche influenzato la formazione dei miti. Nella mitologia greca, per esempio, in posizione opposta al cielo, luminosa dimora di bellissimi dei, è il Tartaro, perennemente buio e abitato da esseri mostruosi. Si poneva però un problema: se il Sole non può mai raggiungere il Tartaro, dove va e cosa fa durante la notte? Come mai tramonta a ovest e la mattina dopo risorge a est? Gli Egizi immaginavano che il Sole al tramonto s’imbarcasse e durante la notte navigasse lungo un semicerchio orizzontale, per riprendere a ogni alba il suo viaggio celeste da oriente. Miti simili sono ricordati nella cultura greca[1] e trasbordi analoghi erano stati immaginati per la Luna e le stelle.
Una profonda rivoluzione concettuale fu compiuta nel VI secolo a.C. da Anassimandro [2], che, per quanto ne sappiamo, fu il primo a concepire l’idea, apparentemente paradossale, che sotto i nostri piedi, al di là della Terra, vi fosse di nuovo cielo. Anassimandro osò immaginare la Terra come un cilindro sospeso nello spazio, con due facce piane equivalenti: quella abitata da noi e un’altra, simile e opposta, dove il su e il giù erano invertiti. Probabilmente risale a lui anche l’idea, che conosciamo da fonti più tarde, che questa seconda faccia fosse abitata da altri uomini, con i piedi rivolti verso quello che per noi è l’alto (detti, per questo motivo, Antipodi).
Dopo la rivoluzionaria scoperta di Anassimandro, non occorse troppo tempo perché, grazie a un processo di generalizzazione che estese a tutte le altre direzioni l’equivalenza da lui individuata tra su e giù, si affermasse l’idea della sfericità della Terra, che risale probabilmente a Parmenide (v secolo a.C.)[3]. Parmenide scoprì che anche la Luna è sempre sferica, riconoscendo che le sue fasi sono dovute al mutare della posizione reciproca di Terra, Luna e Sole, che cambia l’estensione della parte della Luna illuminata dal Sole e rivolta verso la Terra. […] Certamente si trattò di un rilevante passo verso la costruzione dell’astronomia scientifica.
Nelle opere di Platone e Aristotele la sfericità della Terra è considerata un’acquisizione certa e generalmente condivisa ed è strettamente legata alla loro concezione della gravità. Il centro della Terra, che è anche il centro immobile del cosmo, è il “luogo naturale” cui tendono tutti i corpi “pesanti”. I corpi “leggeri” (per esempio il fuoco) tendono invece verso l’alto (tendono cioè ad allontanarsi dal centro), grazie alla loro diversa natura, mentre i corpi celesti, che non sono né leggeri né pesanti, si muovono naturalmente di moto circolare.[4] Questa fu una delle tante teorie aristoteliche che dominarono nella tarda antichità e nel Medioevo. […]

In epoca ellenistica, e più precisamente nel III secolo a.C., si realizzarono tre progressi importanti. Innanzitutto, grazie alla famosa misura di Eratostene[5], si conobbe con ragionevole precisione il raggio della Terra. Inoltre nacque la geografia matematica, basata sull’introduzione e l’uso sistematico delle coordinate sferiche: latitudine e longitudine. Infine, ed è questo il punto che più ci interessa, si capì perché la Terra ha la sua forma. Archimede[6] dimostrò, infatti, che ipotesi semplici sulla gravità (essenzialmente quella che la gravità fosse, come aveva già ritenuto Aristotele, una forza agente verso il centro della Terra), insieme al principio che aveva posto a base dell’idrostatica, implicano necessariamente la forma sferica degli oceani in condizioni di riposo.[7] L’dea della dimostrazione è imolto semplice. Se la superficie degli oceani non fosse sferica, due punti vicini posti sott’acqua allo stesso livello (cioè alla stessa distanza dal centro della Terra), sarebbero sovrastati da diverse altezze d’acqua; sarebbero per tanto compressi in modo diverso e non potrebbero rimanere in equilibrio, in quanto l’acqua più compressa si espanderebbe a spese di quella meno compressa. La dimostrazione di Archimede riguarda esplicitamente solo le acque, ma la stessa spiegazione dovette essere applicata anche alla Terra nel suo insieme, poiché diversi autori, attribuiscono la sfericità della Terra all’azione della gravità. […]
In epoca imperiale, nel II secolo d.C., Claudio Tolomeo[8] fornisce allo stesso tempo importanti testimonianze di sopravvivenza e di perdita delle conoscenze scientifiche ellenistiche. Nell’Almagesto, Tolomeo prova la sfericità della Terra citando gli stessi fenomeni che, attraverso una tradizione ininterrotta, sono approdati in molti manuali scolastici dei nostri tempi: per esempio l’ombra circolare visibile durante le eclissi di Luna e, in una nave che si allontana, la sparizione dello scafo prima delle vele. Non ha però alcun interesse alle cause della forma della Terra: argomento al quale non accenna neppure. […]
La conoscenza della forma della Terra si trasmise, senza apparenti interruzioni, attraverso la tarda antichità e il Medioevo europeo. Chiunque abbia letto la Divina Commedia sa che Dante non solo conosce la forma del nostro mondo, ma la collega anche alla relatività della verticale e all’inversione tra su e giù che si verificherebbe attraversandone il centro.[9]
Fossilizzazione delle conoscenze
Nell’immaginario collettivo è ben radicata una falsa storia della cultura, parallela a quella reale, formata da leggende che debbono la loro tenace popolarità alla funzione ideologica svolta. La diffusa leggenda che gli “Antichi” credessero in una Terra piatta e che la sua sfericità sia stata una geniale scoperta di Cristoforo Colombo ha continuato per secoli a essere trasmessa in opere di cultura popolare di vario genere. Bisogna però riconoscere che alla sua origine vi sono non solo pregiudizi ideologici, ma anche importanti elementi di verità. Innanzitutto, infatti, è vero che l’idea di Colombo di andare in Asia navigando verso Occidente, pur risalendo all’antichità,[10] era stata apparentemente dimenticata per molti secoli. Inoltre, anche se i filosofi come Tommaso d’Aquino e i poeti come Dante mostravano di conoscere la forma della Terra, i cartografi loro contemporanei si comportavano esattamente come se essa fosse piatta. Osservando per esempio la Hereford mappa mundi[11], disegnata in Inghilterra all’epoca di Dante, vediamo che la Terra vi appare come un disco centrato in Gerusalemme e circondato da quello che sembra essere l’antico “fiume Oceano”. Se queste erano le carte disponibili, ben difficilmente i marinai nel tracciare le rotte avrebbero potuto tener conto della curvatura terrestre.

Un’analisi più attenta mostra che anche nella cosmologia dantesca la forma sferica è inclusa come elemento sostanzialmente estraneo. È vero che, a differenza della mappa di Hereford, Gerusalemme non è al centro di un disco, ma di un emisfero. Si tratta però di un emisfero qualitativamente diverso dall’altro. In posizione simmetrica alla nostra non troviamo il popolo degli Antipodi, simile a noi, ma le anime del Purgatorio. La cosmologia di Dante, nella sua profonda asimmetria, ricorda quelle che avevano preceduto la scoperta di Anassimandro dell’equivalenza tra su e giù.[12]

In realtà nel Medioevo europeo si conservava l’immagine della Terra trasmessa da autori come Platone, Aristotele e Plinio il Vecchio, ma non se ne conoscevano più l’origine e le applicazioni. Non si sapevano più usare, infatti, né le coordinate sferiche né i metodi della cartografia classica. Possiamo dire che la nozione della forma della Terra era trasmessa allo stato di fossile, avulsa cioè dal contesto che ne aveva fornito motivazioni e applicazioni, svuotata del suo vero significato e ridotta a un’affermazione gratuita, accettata in base al principio di autorità.
In definitiva bisogna parzialmente riconoscere che fu proprio all’epoca di Colombo, e in parte a opera sua, che l’antica nozione riacquistò vitalità. La riacquistò però proprio grazie al recupero della Geografia di Tolomeo, che, permettendo la rinascita della cartografia scientifica e della geografia matematica, fu allo stesso tempo causa ed effetto dell’ampliarsi degli orizzonti geografici e della nuova navigazione oceanica.[13] Uomini come Colombo, liberi dai pregiudizi ideologici, capirono che i testi che esponevano metodi cartografici di proiezione e geometria sferica, pur essendo “antichi”, potevano essere più utili della mappa disegnata con pia devozione a Hereford dodici secoli più tardi.
Le conoscenze fossili, delle quali abbiamo appena visto uno tra i tanti esempi possibili, sono raramente individuate come tali. I posteri che s’imbattono in nozioni fossilizzate hanno la possibilità di individuarne la natura solo se esse nel frattempo sono tornate in vita grazie alla ricostruzione del loro contesto. In questo caso, però, il passivo trascrittore viene il più delle volte scambiato per un ardito precursore della scienza successiva. Eppure le conoscenze fossili potrebbero essere facilmente riconosciute, in quanto sono sempre non utilizzate o sottoutilizzate. Anche se non potessimo leggere la Geografia di Tolomeo, per esempio, non sarebbe difficile capire che chi afferma la sfericità della Terra in un’epoca in cui i cartografi la disegnano piatta non può che trasmettere residui di un’antica acquisizione scientifica divenuta sterile.

Modelli che salvano i fenomeni (e loro frammenti)
Chiunque osservi una montagna o un mare in tempesta sa bene che la superficie della Terra è molto irregolare. Per dimostrare con un teorema la sfericità della Terra, come aveva fatto Archimede, occorre possedere il concetto di modello teorico, utile per descrivere alcuni aspetti della realtà trascurandone molti altri. Nel trattato Sui galleggianti questo punto è particolarmente chiaro. Archimede, infatti, dopo avere dimostrato, nel I libro, che la superficie degli oceani è sferica, nel II libro dell’opera assume implicitamente che la stessa superficie sia piana. Se Archimede, per studiare fenomeni che avvengono su diversa scala, usa per lo stesso oggetto due modelli distinti, evidentemente non ha problemi nello sviluppare e applicare teorie basate su assunzioni a rigore false. […]
Nel caso della geometria la distanza tra modello e realtà modellata ci appare ovvia: tutti sappiamo, per esempio, che le linee della geometria non hanno spessore, a differenza degli oggetti concreti che possono approssimativamente raffigurarle. L’esempio può apparire ovvio, ma la sua apparente banalità dipende proprio dalla bimillenaria tradizione didattica basata sullo studio, diretto o indiretto, degli Elementi di Euclide. […]
I modelli teorici sviluppati nella scienza ellenistica, che chiameremo anche teorie scientifiche, sono formati dalle proposizioni ricavabili logicamente, con il metodo dimostrativo, da poche assunzioni (dette postulati, o anche ipotesi o principi). I postulati non erano giustificati direttamente sulla base di osservazioni o esperimenti. Essi traevano la loro validità dalla possibilità di dedurne ciò che realmente appare; permettevano cioè, nella terminologia dell’epoca, di salvare i fenomeni (ossia le apparenze)[14]. Per esempio Aristarco di Samo aveva formulato le ipotesi che la Terra e i pianeti fossero dotati di un moto circolare uniforme di rivoluzione intorno al Sole e che la Terra fosse inoltre animata da un moto di rotazione diurno lungo un asse inclinato rispetto al piano della sua orbita. Tali ipotesi non erano direttamente verificabili, ma da esse era possibile dedurre i moti astronomici osservabili. […]
Una teoria scientifica può essere visualizzata come una struttura reticolare di forma piramidale, di cui le affermazioni costituiscono i nodi, connessi tra loro da implicazioni logiche. L’utilità della teoria è dovuta al fatto che molte delle affermazioni sono verificabili sperimentalmente: possiamo immaginare i nodi corrispondenti come le basi della piramide, fisse nel suolo. Le altre affermazioni, non direttamente verificabili, sono utili perché, essendo connesse alle precedenti, permettono di ricavarle logicamente: a questa seconda categoria appartengono in particolare i postulati, che corrispondono al vertice della piramide. La struttura appena descritta permette di individuare una delle origini del processo di fossilizzazione e, allo stesso tempo, di precisare un criterio utile per individuare nozioni fossili.
Se una persona estranea al metodo scientifico decide di selezionare parte di una teoria, per insegnarla o per trasmetterla in altro modo, sceglie in genere i postulati, o comunque affermazioni che nella nostra immagine occupano una posizione elevata, perché le ritiene “verità” più importanti. Ottiene in questo modo un frammento privo di affermazioni verificabili, equivalente, nella nostra immagine, a una parte della struttura a mezz’aria, senza contatto con il suolo. In questo modo viene generato un fossile facilmente riconoscibile come tale».
Filosofia, logica, democrazia e…scienza
Nel testo Lucio Russo ricostruisce la storia, ormai ben documentata, delle diverse idee intorno alla forma della Terra. Se non è difficile trovare nei manuali l’esatta spiegazione dell’esperimento che portò Eratostene a misurare la Terra in modo straordinariamente preciso, non è sempre ben chiaro il meccanismo che poi ci restituisce la Terra piatta nel Medioevo. Il brano ci permette di capire che: la scienza è figlia del tempo, nasce e si sviluppa in un contesto articolato e dialogico, non è l’opera di un genio isolato che riflette in modo peregrino su un singolo fenomeno;la scienza ha bisogno di una cultura libera da autoritarismi, tollerante, aperta al dialogo, che consenta la massima diffusione delle conoscenze e uno scambio continuo. Non è un caso che la scienza sia nata in Grecia nel IV sec. a.C. e non in Cina o in Egitto: il metodo dimostrativo è strettamente connesso al pensiero filosofico, alla logica e alla democrazia; come solo un discorso ben argomentato è in grado di convincere, così solo una teoria esattamente dimostrata può essere ritenuta valida.

Le conoscenze divengono fossili nel momento in cui perdono il legame con il contesto che le ha generate, e ciò avviene quando cambia il clima culturale, nel senso che vi è un irrigidimento a livello ideologico, uno slittamento verso l’autoritarismo. Si dà per scontata una certa teoria senza che nessuno sappia più ricostruire il ragionamento che l’ha generata. Non si dimentica che la Terra è sferica, ma si dimentica il perché: anche persone estremamente colte non sono più in grado di spiegare le cause di una teoria e dunque a poco a poco la si abbandona.
In un altro punto del testo Russo sottolinea un ulteriore elemento: «non basta conservare i libri per assicurarne l’intellegibilità del contenuto. Le conoscenze trasmesse dai libri, avulse dal loro contesto, ossia dalla rete di altre nozioni pratiche e teoriche che danno loro senso e utilità, possono andare incontro a due destini: o assumono una forma sclerotizzata, nella quale vengono trascritte da un libro all’altro iniziando il processo di fossilizzazione, oppure vengono completamente abbandonate da chi, essendo incapace di comprenderle, le considera irrilevanti. Nel primo caso le conoscenze fossili possono tornare in vita se e quando si recupera il contesto che ne aveva motivato l’elaborazione».
In un passo del suo saggio Russo usa la famosa storiella della mela di Newton per spiegare il funzionamento del metodo della scienza: «Secondo una storiella che da secoli gode di grande popolarità, Newton avrebbe intuito la gravitazione universale vedendo cadere una mela. La fortuna popolare della “mela di Newton” mostra quanto, al contrario, sia poco popolare il metodo della scienza, che consiste nella creazione di modelli in grado di spiegare nel modo più semplice possibile un determinato ambito di fenomeni. Se si è interessati alla caduta delle mele non servono né la legge di gravitazione universale, né la fisica aristotelica. Le idee arcaiche, con verticale fissa e concetto assoluto di su e giù, sono perfettamente adeguate. La concezione aristotelica della gravità e della forma della Terra poteva spiegare non solo la caduta delle mele, ma anche molte altre cose: per esempio rendeva conto sia del tramontare e sorgere degli astri, sia della dipendenza delle osservazioni astronomiche dalla latitudine. Essa poteva essere messa in crisi (e fu messa in crisi) solo dall’esame di fenomeni che non era in grado di spiegare soddisfacentemente, come i moti planetari e le maree. Nel caso della caduta delle mele, l’importante novità introdotta dalla legge di gravitazione universale è che anche la Terra cade sulla mela. Si tratta però di una novità che può essere estesa al caso delle mele dopo essere stata dedotta nell’ambito di una teoria motivata da altri fenomeni e non può essere certo suggerita dall’osservazione diretta del frutto che cade».
I concetti fondamentali da cui la scienza è nata vengono così sintetizzati da Russo: «i punti di partenza sono i fenomeni; dei fenomeni non si discute. Affermazioni tipo: “La Luna sembra bianca, ma in realtà ha un colore diverso” non hanno senso, poiché ognuno sa ciò che appare a lui e su questo non può essere smentito da nessuno; compito della scienza è quello di spiegare, render conto delle apparenze alla luce di una teoria che sia più semplice possibile e più comprensiva possibile, cioè tale che possa spiegare il maggior numero di apparenze sulla base del minor numero di principi. La teoria deve permettere di “salvare i fenomeni” e proprio per questo deve lavorare su concetti teorici che servono per descrivere, per offrire un modello di oggetti o fatti naturali o tecnologici. La teoria costruisce modelli della realtà, per esempio modelli che si possono disegnare con riga e compasso, come nel caso della geometria. Il pensiero critico ci permette di valutare se le conoscenze scientifiche in nostro possesso sono reali o frutto di un insegnamento accettato passivamente; siamo in grado di comprendere il modello sotteso ad una determinata conoscenza? La salvaguardia del sapere scientifico non deve essere appannaggio di pochi specialisti, ma è nelle mani di tutti noi.
[1] Cfr. Ateneo, Deipnosophistae, 469e‑f
[2] Anassimandro: filosofo greco; scrisse Sulla natura, di cui possediamo un solo frammento.
[3] La priorità di Parmenide, filosofo greco, nel sostenere la sfericità della Terra è affermata da Diogene Laerzio (IX, 2 1), che trae la notizia da Teofrasto.
[4] Platone, Timeo, 62c‑63e; Aristotele, Physica, IV, 1; De caelo, 1, 3; De caelo, IV.
[5] Eratostene di Cirene (circa 276-194 a.C.): intellettuale estremamente versatile, direttore della biblioteca di Alessandria d’Egitto; matematico, astronomo, poeta, fondò la filologia e si interesso di geografia e di etnografia. A lui si deve la prima misura delle dimensioni della Terra e la prima carta scientifica del mondo conosciuto.
[6] Archimede di Siracusa (nato forse nel 287 e morto sicuramente nel 212 a.C. durante la conquista romana di Siracusa): grande matematico, fisico e ingegnere cui si devono importanti studi sulle proprietà della sfera e del cilindro, nonché studi di idrostatica. Studiò ad Alessandria presso i successori di Euclide e era amico di Eratostene.
[7] Archimede, Sui galleggianti, libro I. La prova è già accennata in Aristotele.
[8] Claudio Tolomeo (Alessandria d’Egitto, 87-150 d.C.): astronomo, matematico e geografo, nel suo Almagesto raccolse i risultati di parte della ricerca astronomica precedente, mettendo a punto un noto sistema geocentrico, detto “tolemaico” (vedi scheda “il sistema tolemaico e quello copernicano” a corredo del brano di Brecht su Galilei).
[9] Divina Commedia, Inferno, canto XXXIV, 76‑111.
[10] Strabone, a sostegno della propria tesi che vi sia un unico oceano dalle coste atlantiche dell’Europa all’Asia, ricorda che coloro che avevano cercato di circunnavigare il globo avevano desistito non perché avessero incontrato un continente sulla loro strada ma perché si erano avviliti per la lunghezza del viaggio (Strabone, Geographia, 1, 1, 8).
[11] La mappa, che risale a circa il 1300 ed è conservata nella cattedrale di Hereford, è riprodotta in molte pubblicazioni. La migliore immagine presente in rete è probabilmente quella all’indirizzo http://academics.vmi.edu/gen_ed/map.jpg.
[12] Dante, nella Quaestio de aqua et terra, teorizza l’asimmetria della Terra, mostrata, a quanto egli crede, anche dalla concentrazione delle terre emerse in un solo emisfero, attribuendola a un’asimmetria nella distribuzione delle stelle.
[13] La Geografia di Tolomeo fu tradotta per la prima volta in latino (da Jacopo Angelo) nel 1406. La prima pubblicazione a stampa risale al 1477. Colombo espose il suo progetto al re del Portogallo nel 1485.
[14] Per spiegare il senso della parola “fenomeno” Lucio Russo in un articolo fa un interessante esempio: «È interessante il significato della parola greca fainovmenon, da cui noi abbiamo ricavato la parola fenomeno, però cambiandone significato e in un certo senso banalizzandolo: fainovmenon, da faivnomai, significa ciò che appare, ciò che viene visto, perciò nel caso dell’astronomia fainovmena sono tutto ciò che si può vedere guardando il cielo, per esempio una retrogradazione planetaria di Marte. La teoria deve essere in grado di salvare i fenomeni. La teoria di Aristarco salvava i fenomeni. Se si suppone che il Sole sia fermo, che la Terra percorra un’orbita circolare con moto uniforme attorno al Sole e che Marte compia anch’esso un moto circolare uniforme intorno al Sole, si può dedurre sulla base di queste ipotesi come dovrebbe vedersi muovere Marte dalla Terra: in particolare si deduce che Marte si muoverebbe facendo retrogradazioni e stazioni planetarie, cioè si muoverebbe esattamente come viene visto muoversi guardando in cielo. Ecco perché la teoria di Aristarco permette di salvare le apparenze (o i fenomeni). Il fenomeno antico era il risultato di un’interazione tra l’uomo che osserva e gli oggetti osservati. Questo aspetto di interazione verrà recuperato molto tardi (fine Ottocento, inizi Novecento), mentre nella prima età moderna si pensa che in qualche modo l’uomo possa rendersi conto direttamente dei fatti oggettivi, dimenticando la sua azione di filtro. Ho l’impressione che il rapporto tra fenomeni e teoria sia oggi spesso poco chiaro. Se chiedete a una persona a caso, incontrata per strada, se la Terra gira intorno al Sole o se invece è il Sole che gira intorno alla Terra, vi risponderà certamente che è la Terra a girare intorno al Sole. Se però gli chiedete come fa a saperlo, vi dirà che è così, perché il Sole è fermo, è fisso e altre tautologie. Se chiedete alla stessa persona cos’è una retrogradazione planetaria, con grande probabilità non saprà rispondere. (Ho conosciuto professori universitari di materie scientifiche che non sanno cosa sia una retrogradazione planetaria). La persona incontrata per strada conosce quindi l’idea introdotta da Aristarco per salvare i fenomeni, senza sapere quali fenomeni Aristarco intendeva salvare. Una persona che non sa cos’è una retrogradazione e non ha alcun altro motivo per immaginare che una teoria eliocentrica sia superiore ad una teoria geocentrica, dovrebbe accettare il geocentrismo (che, se non altro, sembra corrispondere alle impressioni visive). Il fatto che sia convinta dell’eliocentrismo dimostra solo che si tratta di una persona disponibile ad accettare un insegnamento autoritario in modo acritico.» (Luicio Russo, Pensiero critico e cultura scientifica)