di Francesca Vennarucci
Introduzione
Manzoni è eternamente attuale. Il suo unico romanzo, l’opera di una vita, giganteggia nel nostro Ottocento come un monumentum aere perennius, un monumento più eterno del bronzo, vivo e ricco di ineludibili domande. Credo fermamente che la lettura di Manzoni sia un antidoto alla sciatteria linguistica e morale, all’indifferenza, all’ignavia. Sostengo la necessità di leggerlo nelle scuole, di non escluderlo dai programmi. È sempre più difficile, è vero. Lo scoglio linguistico rischia di diventare insormontabile, anche questo è vero. Ma il lavoro fatto sulle pagine manzoniane con gli studenti è un lascito perenne che riemergerà al momento opportuno, perché fornirà loro un campionario di miserie e grandezze umane indagate con un’ironia, una perizia e una profondità difficilmente eguagliabili. E perché tante sono le domande che quest’opera immensa pone e poche le risposte che fornisce. Lo scritto che vi presento indaga il rapporto tra Manzoni e il Seicento, secolo che fa da sfondo alla vicenda degli sposi promessi e che, forse, è il reale protagonista della storia.
Il Seicento: dissimulazione e ombra

Francisco de Quevedo y Villegas in uno dei suoi Sueños, intitolato El mundo por de dentro, tradotto da Carlo Emilio Gadda nel 1941, racconta la storia di un giovane che, errando dantescamente per le strade del mondo, perso tra una folla di bellezze illusorie e chiacchiere vane, incontra un vecchio “vestito di sbrendoli”, il Disinganno, che lo porta a passeggio per la Calle Mayor del mondo. Qui, il vecchio mostra al giovane scapestrato ciò che si nasconde al di là delle apparenze, nel fondo del cuore degli uomini, nel “dentro” del mondo:
Il mio stupore diveniva allucinazione. Mi sentii rapito in un male, come febbre: ragione e delirio, sogno e febbre. Ciò che il vecchio era venuto blaterando a commento, e ciò ch’avea veduto io medesimo, co’ miei occhi, tutto, tutto m’avea mortificato in una indicibile amarezza. Pensai: “Se riparati da un’ombra, com’è questa, così sottile, così tenue di questa immagine-fune traverso via, se riparati da un nulla son questi gli uomini: che saranno mai allora ch’e’si nascondono sotto all’ombra e alla tenebra della lor vita? Altra consistenza ed ampiezza ha quell’ombra.[2]
La realtà com’è è talmente stupefacente che il giovane si sente preda di un’allucinazione: la consapevolezza, il finale possesso della verità, genera delirio e febbre; l’aver visto l’atroce al di là di tutte le cose rischia di turbare per sempre l’equilibrio del giovane, che infatti, con grazia dantesca, cade “come sasso in un opaco lago”. Ma che equilibrio è quello dell’uomo barocco?
Il Seicento è stato il grande secolo della dissimulazione così come in pittura è stato il secolo dell’ombra, quale via che conduca alla luce, cioè alla conoscenza. Questo beneficio dell’ombra è richiesto sia da chi vuol vedere la realtà per quella che è (ed è quindi punto di partenza per ogni realismo), sia da chi se ne serve proditoriamente per sottrarsi alla vista altrui, all’altro, e non solo per salvarsi, ma per offendere.[3]
C’è un’ombra da scrutare e da attraversare per giungere alla verità: è l’ombra generata dal segreto; l’uomo secentesco non può liberarsi dal segreto che lo avvolge, e che avvolge la realtà rendendola intricata ed inesplicabile; bisogna allora imparare a servirsi dell’ombra non solo per nascondersi, ma per offendere, per salvaguardarsi e per colpire i propri nemici. Innanzi tutto però bisogna addentrarsi nell’ombra, poiché la via che conduce alla conoscenza di sé e degli altri parte dall’ombra:
Entrata in società ancora ragazzina, votata per la mia condizione femminile al silenzio e all’inazione, ho saputo approfittare per osservare e riflettere. Mentre gli altri mi credevano stordita e distratta, ascoltavo poco, a dir la verità, i discorsi che tutti si facevan premura di farmi, ma coglievo con estrema attenzione quelli che gli altri cercavano di nascondermi. Questa utile curiosità, oltre a servire a istruirmi, mi insegnò anche a dissimulare. Costretta spesso a nascondere l’oggetto delle mie attenzioni agli occhi di quelli che mi circondavano, cercavo di regolare i miei come volevo, e riuscii da allora ad assumere quello sguardo distratto […]. Se provavo qualche dispiacere, mi studiavo di assumere un’aria serena e persino allegra; ho spinto il mio zelo fino a procurarmi dei dolori volontari per cercare di assumere, nel frattempo, l’espressione del piacere. Ho impiegato la stessa cura e maggior fatica per reprimere i sintomi di una gioia inattesa. Così sono riuscita ad avere sulla mia fisionomia […] assoluta padronanza […].[4]
Così scrive, in un’importantissima lettera al Visconte di Valmont, la Marchesa de Merteuil, eroina de Les liasons dangereuses, celebre romanzo epistolare di Pierre-A.-F. Chorderlos de Laclos; protetta da un insospettato silenzio una giovane donna ha osservato l’ombra, la continua dissimulazione altrui, impietosamente. Ha compreso che “in società”, nella vita di relazione, tutto rischia di essere inghiottito, usato dagli altri a loro vantaggio; “mi apparteneva solo il mio pensiero”, scrive, “mi indignavo che si potesse carpirmelo e sorprenderlo contro la mia volontà”[5], ed inizia a dissimulare, per affermare se stessa e realizzare i suoi desideri. Sceglie da subito una vita ‘pericolosa’, fatta di intrighi, tradimenti, menzogne, un gioco raffinato, ma privo di divertimento, crudele, una fune sospesa su un baratro. Chorderlos de Laclos proprio in questa lettera acuta come un trattato secentesco, ci dà una grande rappresentazione della fine di un’epoca: infatti sarà proprio questa lettera, questa confidenza fatta a colui che diverrà suo acerrimo nemico, a perdere la Marchesa. L’ansia di rivelare il segreto del suo successo, l’esporrà al giudizio inclemente di coloro che erano stati ingannati: la confessione annulla ogni sforzo di dominio sugli altri, dominio costruito sul silenzio e sulla solitudine del segreto.
Ne Les liasons dangereuses, così come nel Sueño di Quevedo, tutti indossano una maschera e fingono l’amicizia, l’amore, il dolore, la pietà; se queste maschere cadono è possibile scoprire la verità, una verità agghiacciante, certo, ma pur sempre una verità: è possibile con l’ausilio della ragione, discernere il vero dal falso, e oltrepassare le tenebre per raggiungere la luce. È possibile? Paradigmaticamente e, certo, più sinceramente un personaggio de La vida es sueño, di Pedro Calderón de la Barca, esclama:
Che confuso labirinto è questo, dove la ragione non riesce a trovare il filo? […] Mi indichi il cielo una via, anche se non so come potrà farlo, perché in una così tremenda confusione il cielo è tutto un presagio e il mondo è tutto un prodigio.[6]
Di fronte alla confusione imperante che di continuo sconfigge la ragione, si può ricorrere solo a presagi e prodigi, a un’umile divinazione che permetta di orientarsi nel labirinto del reale. L’antitesi verità-menzogna, sogno-realtà, è un leit-motiv rinvenibile a tutti i livelli nelle opere degli artisti spagnoli del Siglo de Oro; basta scorrere i titoli delle loro opere per rendersene conto: Sogni, La verità sospetta, La vita è sogno,…, al fondo della rappresentazione sono sempre sogni, verità, sospetti, anche se poi il modo di affrontare questo ‘scabroso’ tema varia da autore ad autore, e si passa dal più rigido moralismo, alla sottile ironia, al puro divertimento.

Su tutto si stende l’ombra: l’instabilità e l’oscurità degli eventi, affidati a pochi personaggi misteriosi e senza scrupoli, radicano sempre di più negli animi la consapevolezza di vivere un’epoca splendida, ma fatalmente arroccata alla sua decadenza, e perciò luttuosa. Al di là dell’ombra, e come da essa scaturita, si intravede una luce sfolgorante, violenta: la luce caravaggesca che rivela una verità anelata, bramata, ma, al dunque, inevitabilmente “sospetta”. Spogliando con rabbia gli uomini dalle maschere dell’apparenza, Quevedo ha colto la verità? ha colto “il mondo com’è”? È possibile per gli uomini liberarsi dalle tenebre delle false credenze e mantenere lo stesso un’identità?
Ecco quel che vedo e che mi turba. Mi guardo intorno da ogni parte, e non scorgo dappertutto se non oscurità. La natura non mi presenta nulla che non sia motivo di dubbio e d’inquietudine. […] Quando considero la breve durata della mia vita, sommersa nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e financo che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci nessuna ragione perché sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo tempo furon destinati a me? “Memoria hospitis unius diei prætereuntis”. Quanti regni ci ignorano! Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi sgomenta.[7]
L’uomo “è sospeso tra i due abissi dell’infinito e del nulla”, scrive nei suoi Pensieri Blaise Pascal, e non c’è alcuna certezza nell’oscurità e nel silenzio tutt’intorno; il silenzio che sgomenta il filosofo francese è il silenzio della parola divina: Dio tace, abbandona l’uomo nell’immensità degli spazi, ignorandolo. Ma Pico della Mirandola, nell’Oratio de Hominis dignitate, non aveva forse immaginato il Creatore a colloquio con Adamo, intento a dire cose ben diverse?
Ma tu che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio al quale ti affidai, tu ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine.[8]
Pico della Mirandola vede l’uomo posto da Dio al centro della luce, libero, punto ideale di una parabola storico culturale dalle radici antiche, circondato da infinite strade percorribili a suo piacimento. L’uomo del Seicento invece, come abbiamo visto, è consapevole di essere avvolto dall’ombra, sospeso su un abisso: ma proprio questa consapevolezza gli è necessaria per vedere la realtà per quella che è: riconoscere la realtà intorno a sé è il primo passo verso l’attribuzione di un senso. Nella riflessione di Pascal l’uomo è circondato dall’oscurità, rischia di perdere completamente se stesso, trema al pensiero degli spazi infiniti, delle innumerevoli possibilità che lo stringono con il loro silenzio: teme di essere solo, teme di essere libero.

Manzoni mostra di essere sensibile a questa tematica nel momento in cui condensa la lunga storia di Gertrude in una frase che, secondo Ezio Raimondi, “appartiene veramente allo strato paradigmatico del pensiero profondo”[9]: “La sventurata rispose”. Nonostante la luce che emana dalla legge morale, il male resta un inspiegabile enigma; ed è proprio lì, nel male, nell'”oltraggio non motivato nelle cose”[10], che si mostra la libertà dell’uomo: il male è il segno terribile del libero arbitrio, del più alto dono divino, della responsabilità e volontà umane.
Manzoni e il “secolo straordinario”
In un secolo che si apre con il rogo di Giordano Bruno, che esalta l'”acutezza” letteraria e politica, che assiste alla guerra dei Trent’anni, alla peste, al trionfo dell’assolutismo, all’affermazione del metodo cartesiano e alla fase più cruenta della caccia alle streghe, Pascal sente che l’uomo può salvarsi solo riconoscendo in sé un’origine ed una destinazione divina: l’uomo è misero, e vaga nell’ombra, perché è macchiato dal peccato originale, ma ha la possibilità di redimersi, e questo lo rende grande. Proprio nella forza irrequieta e ardente della coscienza che anela alla redenzione è il più potente segno divino. Alla luce di queste riflessioni non ci stupisce che Manzoni abbia scelto il Seicento per l’ambientazione del suo romanzo:
Le memorie che ci restano di tale epoca presentano e fanno supporre uno stato della società veramente straordinario: il governo più arbitrario combinato con l’anarchia feudale e l’anarchia popolare; una legislazione stupefacente per ciò che prescrive e per ciò che lascia intendere e che descrive; una ignoranza profonda, feroce e pretenziosa; classi aventi interessi e massime opposte; alcuni aneddoti poco noti, ma affidati a scritti degnissimi di fede, e che testimoniano il grande sviluppo di tutto ciò; infine una peste che ha dato occasione alla scelleratezza più consumata e sfrontata, ai pregiudizi più assurdi e alle virtù più commoventi […].[11]
Al Manzoni illuminista non è difficile porre in rilievo le ragioni ideologiche e politiche che rendono il Seicento un secolo “straordinario”: la miope dominazione spagnola, la legislazione carente, la politica economica disastrosa, l’anarchia dilagante; ma soprattutto la filosofia dogmatica, le superstizioni magiche. Il Seicento deve però aver affascinato molto Manzoni. Anzitutto, come sottolinea Giovanni Macchia, offriva una folla di personaggi estremamente vari e ‘intriganti’:
Sono giocatori, bari, attori tragici e comici che girano da una città all’altra. Sono armigeri, buffoni, uomini di Chiesa, santi, grandi prelati e umili curati, straordinari pittori e architetti, autentici scienziati e scienziati folli e falsi cristi, alchimisti, truffieri, coglionatori, come si diceva, dei curiosi, e moralisti atroci, rappresentanti del pensiero politico e teorici della ragion di Stato, nel tenace rispetto dell’arte della dissimulazione. Non troppo lontano si avvertiva la presenza delle immortali creazioni letterarie, che dalla scena correvano nei palazzi e per le strade: Macbeth, Don Giovanni, Iago, il Volpone, il Misantropo, Tartufo.[12]
Il Seicento offre dunque una ricchissima materia all’intreccio romanzesco, e, nello stesso tempo, consente all’autore provvisto di coscienza storica, la non trascurabile possibilità di illuminare ed interpretare il complesso intrigo di eventi in cui sono coinvolti gli umili protagonisti. Non più “presagi” e “prodigi” dunque, ma documenti e testimonianze attendibili per una “ricostruzione impeccabile”; ma, come sa bene Gadda, c’è sempre un “pesciolino” che sfugge dalla rete della ricostruzione precisa ed esaustiva. Nel caso di Manzoni il pesciolino sarà la storia stessa.
Nel Fermo e Lucia i temi più ‘scabrosi’, gli episodi nei quali imperano le passioni umane, sono affidati a digressioni più o meno ampie: dal momento della loro separazione, Fermo e Lucia percorrono strade parallele lungo le quali il racconto si dilata per divenire un capitolo di storia universale; essi incontrano infatti i personaggi più diversi, e il narratore si abbandona con molta libertà alle digressioni e ai commenti. Non cerca di “stabilire relazioni interessanti e imprevedibili tra i diversi personaggi”, non rincorre la chimera di una “unità superficiale che non si trova nella vita reale”[13], e focalizza, in alcuni episodi cruciali, i temi che più stanno a cuore alla sua riflessione: lo strapotere e la crudeltà di alcuni signorotti permessi dall’anarchia politica e dalla legislatura accomodante; i mali prodotti da un’educazione rigida e ottusa che non arriva a proporre strumenti di discernimento tra il bene e il male; l’arroganza di una giustizia che trae le prove dei delitti dalla superstizione popolare, e che usa la tortura per stabilire la verità. Sono questi certamente i temi cari al Manzoni, ma sono anche i più difficili da trattare, poiché in essi si configura in tutta la sua inquietudine il problema del male.
Si affacciò finalmente alla porta con gli altri il creditore aspettato, e il Conte al vederlo gli spianò lo schioppo addosso, accennando nello stesso punto col movimento del capo agli altri di far largo. Lo sventurato colpito dallo spavento, si pose a fuggire dall’altro lato, e la folla non meno, ma l’archibugio del Conte lo seguiva, cercando di coglierlo separato. […] Cercava egli di ficcarsi e di perdersi tra la folla, e la folla lo sfuggiva pur troppo s’allontanava da lui per ogni parte, tanto ch’egli scorrazzava solo di qua e di là, in un picciolo spazio vuoto, cercando il nascondiglio il più vicino. Il Conte lo prese di mira in questo spazio, lo colse e lo stese a terra. Tutto questo fu l’affare di un momento.[14]
È questo l’episodio a cui il Conte del Sagrato deve il suo nome e la sua maggior fama: nulla lo distingue da un’odierna resa dei conti di stampo mafioso; e certo non è molto facile immaginare un mafioso che, dopo una notte lunga e travagliata, trotterelli ansioso verso un cardinale anelando la redenzione. La malvagità del personaggio è totale, ma dovrebbe rimanere circoscritta, relegata in una fase della vita, e pronta ad essere spazzata via da un’illuminazione notturna che ci consegni un Conte finalmente “buono”. L’atteggiamento manicheo, con forti venature di giansenismo, che si serve dell’antitesi per caratterizzare i personaggi, poggia sulla fiducia di cogliere il male allo stato puro, circoscriverlo e, forse, neutralizzarlo[15]. Lo schermo della reticenza che Manzoni adotta nei Promessi Sposi, eliminando, tra gli altri, l’episodio citato, alludendo per vaghi cenni ai trascorsi di colui che diviene l’Innominato, lascia invece molto più spazio al potenziale semantico del “segreto”. Sappiamo bene che Manzoni è mosso dal desiderio di investigare, in qualità di storico e moralista, i détours e le svolte dell’anima umana; egli vuole interpretare, quasi “divinare”, “percepire” e “rendere” non solo la verità degli avvenimenti storici, ma i “segreti” delle anime. L’antitesi si rivela insufficiente a questo fine anche nei capitoli dedicati a Gertrude: nel Fermo e Lucia, il narratore descrive la monaca al suo apparire e poi, in sei capitoli, rivela le “passioni e i fatti” che rendevano il suo linguaggio e i suoi modi decisamente “singolari”; nei Promessi Sposi i sei capitoli diventano due, e la descrizione del “personaggio che ci viene incontro” nel parlatorio, acquista uno spessore ben diverso. Come abbiamo visto, la Marchesa de Merteuil attribuiva molta importanza alla capacità di dominare la propria fisionomia: dal momento che le parole vengono usate prevalentemente per nascondere il pensiero, solo le espressioni del volto possono essere utilizzate dagli altri-nemici per sorprendere e carpire il non-dicibile.

Il cardinale Mazzarino, uno dei più grandi politici secenteschi, nel suo Breviario afferma di saper leggere la fisionomia degli sconosciuti che senza sosta si presentavano a corte: i monticelli sulla fronte, le fossette sulle guance, sono segni dai quali è possibile ricavare delle indicazioni caratteriali, e il ministro si dimostra capace di rappresentare in un tic, in una smorfia, in un profilo, “una minuscola e torbida e implacabile commedia umana”[16]. Dunque, “Dio è nel particolare” come diceva Flaubert: porre attenzione a indizi, ad elementi “poco apprezzati o inavvertiti, ai detriti o ‘rifiuti’ della nostra osservazione”, è certo un metodo interpretativo affascinante[17]. E, proprio la descrizione di Gertrude, ci mostra un narratore molto attento al potere rivelatore della fisionomia: sotto il velo nero e la bianca benda di lino, una fronte di “diversa bianchezza” che “si raggrinzava spesso”, “come per una contrazione dolorosa”; due sopraccigli neri che a tratti “si ravvicinavano” con un rapido movimento; due occhi “neri, neri” che talora si fissavano sul volto delle persone “con un’investigazione superba”, e subitamente si chinavano “come per cercare un nascondiglio”; le gote che “scendevano con contorno delicato”, ma “alterato”, lentamente estenuato. Le labbra, appena tinte di un rosso sbiadito e piene, anch’esse, “d’espressione e di mistero”. E poi le “mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna…”, la cura secolaresca nel vestire sottolineata dalla vita attillata e dalla “ciocchettina” di neri capelli[18].

Eliminando la dettagliata narrazione delle vicende turpi e scellerate di Gertrude ed Egidio, Manzoni lascia risaltare questo ritratto che non permette di scindere il bene dal male: il personaggio si arricchisce di una dialettica interna, nella quale il male è necessario complemento del bene, in una mescolanza di opposti e contraddizioni variamente combinate. E’ dunque vano cercare di individuare il male o il bene allo stato puro: anche fra Cristoforo ha alle spalle un omicidio; solo attraverso fragili indizi possiamo sondare il fondo misterioso di una natura apparentemente placata, ma agitata all’interno. Nel contraddittorio guazzabuglio della psicologia umana il male convive col bene: il segreto che interviene a ricoprirlo in parte, e ad esaltarlo, lo rende ancora più enigmatico:
Nessun romanzo contemporaneo, in Europa, respira un’atmosfera altrettanto tesa di paura, ove non sono soltanto molti dei personaggi ad agire nel male, ma le forze della natura, le malattie, le scorrerie, gli eserciti, i contagi. E come un’eterna apparizione ricompare il morbo sempre ricorrente nella letteratura universale: la peste.[19]
Ecco, la peste, il cataclisma che, paradossalmente, agisce da Provvidenza; l’atteggiamento di Manzoni di fronte alla peste è importante e va inserito nel contesto in cui interviene. Come sottolinea Italo Calvino in un saggio del 1972, nel romanzo manzoniano “i rapporti di forza sono il vero motore della narrazione”[20]. Manzoni processa “la corruzione della cultura”, che diventa in più casi strumento di sopraffazione: il linguaggio è visto come espressione della violenza del potere, basti pensare al “latinorum” di Don Abbondio e allo spagnolo di Ferrer; la parola scritta è la parola di Azzeccagarbugli, la parola dei libri di Don Ferrante, la parola mille volte trasformata delle lettere dell’analfabeta Renzo all’analfabeta Agnese: la scrittura quasi sempre occulta anziché rivelare, è la maschera ideologica del potere e lascia gli umili a sperimentare brutalmente i rapporti di forza. Nessuna azione umana si rivela però decisiva per scardinare o solo mettere in crisi l’assetto sociale:
Il romanzo “rivoluzionario” d’una rivoluzione impossibile e il romanzo “moderato” d’una conciliazione menzognera sarebbero altrettanto mistificatori. Manzoni appartiene a un mondo segnato dal trauma della Rivoluzione francese e scrive sentendosi addosso la cappa di piombo della Restaurazione, per dare una soluzione al suo romanzo deve cercarla su un altro piano.[21]
Ecco dunque prima la carestia e poi, risalendo la storia, nell’immutabile ripetersi del male, le scorrerie di barbari eserciti, e infine la peste, di Atene, di Roma, di Milano.
Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami, solleva anche i fuscelli nascosti tra l’erba, va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina.[22]
La peste, come un turbine vasto, arriva a tutti, scende a scovare i fuscelli nascosti, percorre tutta intera la scala del mondo, sconvolgendo il gioco dei rapporti di forza. Ma è pur sempre la peste, cioè una terribile calamità naturale a rendere tutti uguali, a riportare un momentaneo equilibrio. Manzoni analizza voltairianamente e contesta i pregiudizi dell’epoca che, negando il contagio, mandavano a morte gli innocenti come untori: i giudici torturatori e crudeli esecutori di esecrabili condanne sono responsabili dei loro crimini, perché non hanno ragionato secondo coscienza. In questo caso, come nel caso di Gertrude, grande importanza è data alla responsabilità umana. Non basta più, non è più possibile giustificare i giudici secenteschi richiamandosi all’arretratezza dei tempi e del sistema legislativo: gli uomini hanno il dovere di cercare una via d’uscita dall’ombra, ed è sempre possibile scinderli dalla società che li circonda; anche se intorno è buio l’uomo può e deve interrogare la luce della sua coscienza.
Vediamo dunque che la fiducia illuministica nella ragione si fonde con il moralismo cristiano, ma proprio davanti alla rappresentazione della peste avvertiamo un senso di vuoto. Certo, gli uomini nella loro ignoranza non hanno fatto niente per impedire la diffusione del male; ma perché, perché una tale tragedia? Risponde Don Abbondio, risponde fra Cristoforo, risponde la struttura romanzesca che vede Renzo e Lucia ritrovarsi al Lazzaretto. Ma Manzoni, come risponde?

C’è un brano che il romanziere inserisce nell’edizione del ’27 e che risalta per la sua allusività simbolica: lo “schizzo” della vigna di Renzo: lo sguardo che percorre lentamente e descrive con grande perizia la vigna abbandonata dall’uomo, non è lo sguardo di Renzo, che non indugia a lungo di fronte a quel doloroso spettacolo, ma l’occhio interiore del narratore. Come sottolinea Raimondi: “il paradosso da cui si genera l’iperbole descrittiva rispecchia quello di una natura florida anche nell’abbandono, caos o guazzabuglio disordinato ma vitale, inarrestabile flusso di energia che si rinnova indipendentemente dall’uomo”[23]. Una “marmaglia” d’ortiche e di piante d’ogni tipo; un “guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso”; una “confusione di foglie, di fiori, di frutti” che “si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendono l’un con l’altro per appoggio”; e infine il rovo che era dappertutto e che “pareva fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone”[24]. La natura, il groviglio vegetale, riconquista lo spazio sottrattole dall’uomo, dalla cultura. La natura è qui veramente vitale ed energica, ma anche inesorabilmente matrigna, se ripropone, tra le varie piante, i rapporti di forza che dominano tra gli uomini: la marmaglia, il guazzabuglio, la confusione, la prepotenza del rovo, sono tutte insidie alla cultura, insidie alla ragione che si vede sconfitta dal male, incapace di trovare una giustificazione. Manzoni risponde così.
L’interrogativo posto dalla peste, dalla storia, è estremamente inquietante: lo scrittore combatte le superstizioni, i fantasmi della magia nera, le favole, i prodigi; ad essi contrappone la storia, che è però “un intreccio enigmatico dei casi che angosciano l’uomo nel conflitto tra ciò che accade e ciò che sarebbe giusto“[25]. La storia non nasconde le sue mille ombre, gli eventi inspiegabili, i grumi di follia e di passioni collettive che vanno al di là di qualsiasi logica; I Promessi Sposi è senza dubbio, come nota Gadda, un “fatale documento” della “continua irragione umana”[26]; ma le voci, le paure, i fantasmi, i guazzabugli sono veramente nello spazio interiore del romanzo, popolandolo con un continuo fruscio di fondo. L’agitazione interiore della natura, che esplode con la peste, inevitabilmente convive con la ragione, così come il male convive col bene. Il segno di Dio non va dunque cercato nella storia, che si rivela ambigua, indecifrabile e impermeabile alla morale, ma nella coscienza degli uomini; la fiducia nella Provvidenza aiuta l’uomo a comprendere ed accettare la propria esistenza.
Ed è proprio questo il “sugo di tutta la storia”: nell’ultimo capitolo, mentre Renzo continuamente dichiara “ho imparato questo, ho imparato quello”, Lucia candidamente risponde al suo “moralista”: ” e io, […] cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai : son loro che sono venuti a cercar me”. E insieme, dopo lungo dibattere e cercare concludono che “i guai vengono bensì sovente […]; ma che la condotta più cauta e innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”[27]. Sarà così, ma il nostro sguardo già si posa sulla pagina accanto dove le parole Storia della colonna infame, tornano ad evocare scenari oscuri di superstizione e paura, di fantasmi e irrazionalismi. Il male non è eliminabile e non è neanche spiegabile: conviene allora fare come Candido e “lavorare il proprio orto” con la consapevolezza che “v’è pur nel mondo una quantità spaventosa di mali”[28]. Dunque lo “scandaglio” di Manzoni non propone facili idilli: il suo sguardo è inquieto, a volte illumina e altre volte nasconde, lascia parlare il segreto; perché nel cuore dell’uomo permangono abissi impenetrabili a qualsiasi ricerca:
Il Manzoni sente profondo il fascino del male che corrompe, la vertigine del caos e della trasgressione, e forse per questo ama in Racine, come in Shakespeare i “terrori indeterminati”, i conflitti dei pensieri e delle illusioni sull’orlo dell'”abîme”, dell’oscuro vitale. Anche per lui la letteratura non è innocente e rischia sempre di farsi complice della negazione, di perdersi nell’abisso in cui il sacro si confonde con il suo contrario. Per penetrare nel mondo informe della violenza e del disordine gli occorre quindi la distanza e il recupero del giudizio morale, il limite e la consapevolezza di un vuoto che è anche il principio della speranza e la misura del vero, la fondazione di un senso.[29]
Gli scenari secenteschi, con la loro prospettiva d’ombra, agiscono nei nomi di autori amati come Pascal, Racine, Shakespeare; al Seicento Manzoni è ricorso per indagare quella “pennellata di buio”[30] che sempre, resistendo indenne all’illuminismo e alla conversione, era rimasta dentro di lui. Il Seicento è veramente per Manzoni un secolo metaforico: esso rappresenta l’abîme in cui rischia di perdersi la ragione umana, il disordinato “guazzabuglio” dentro di noi; un “guazzabuglio” che è necessario scrutare, un interrogativo inquietante che non permette di scindere facilmente bene e male, ragione e “sragione”, un vuoto che il giudizio morale può colmare in parte. Certo, sull’orlo di questo abisso si può essere tentati a lasciarsi andare, si può cedere al caos, al disordine, ammettendo che la ragione non riesce a trovare il filo, che la verità profonda del cuore non si può cogliere neanche attraverso una poesia mediatrice. La storia può divenire dunque impenetrabile, “opaca alla poesia”[31]. Ed ecco che, dopo I Promessi Sposi, l’arte manzoniana tace, svelando “un aspetto che era immanente al romanzo come insidia dell’autonegazione, come sospetto verso il linguaggio“[32]: l’alternativa tra poesia e storia, immaginazione e scienza, si risolve a favore della verità dei fatti attentamente ricostruita, della scienza storica come discorso rigoroso sulla società e sugli eventi. Dunque effettivamente la letteratura non è innocente: può farsi complice della negazione, rimanere “involta nella rapina” del male.

[2] Francisco de Quevedo y Villegas, El mundo por de dentro, il manoscritto è del 1612, il testo riproduce la prima edizione di Barcellona del 1627; trad. it. Carlo Emilio Gadda, Il mondo com’è, in AA.VV, Narratori spagnoli, raccolta di romanzi e racconti dalle origini ai nostri giorni, a cura di Carlo Bo, Milano, Bompiani, 1941, ma cito da La verità sospetta, Tre traduzioni di Carlo Emilio Gadda, a cura di Manuela Benuzzi Billeter, Milano, Bompiani, 1977, p. 91, (corsivi miei).
[3] Giovanni Macchia, Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, scenari secenteschi, Milano, Adelphi, 1989, p. 71.
[4] Pierre-A.-F. Chorderlos de Laclos, Les Liaisons dangereuses, apparve per la prima volta presso Durand Neveu nel 1782, trad. it. Maria Teresa Nessi, Le relazioni pericolose, Milano, Garzanti, 1977, p. 167, (corsivi miei).
[5] ivi, p. 168.
[6] Pedro Calderón de la Barca, La vida es sueño, rappresentata per la prima volta a Madrid nel 1635, trad.it. Antonio Gasparetti, La vita è sogno, Torino, Einaudi, 1980, p. 23, (corsivi miei).
[7] Blaise Pascal, Pensées, la prima edizione, non integrale, è del 1669 a Parigi, mentre l’edizione integrale e condotta sul manoscritto si ebbe solo nel 1846; trad. it. Paolo Serini, Pensieri, Torino, Einaudi, 1962, pp. 93-94, (corsivi miei).
[8] Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate, orazione che doveva introdurre la presentazione delle 900 tesi elaborate da Pico come sintesi del suo pensiero e stampate a Roma alla fine del 1486; cito da Marguerite Yourcenar, L’oeuvre au noir, Paris, Gallimard, 1968, trad. it. Marcello Mongardo, L’opera al nero, Milano, Feltrinelli, 1969, p. 8.
[9] Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio, cit., p. 218.
[10] Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, cit., p. 143.
[11] Alessandro Manzoni, Lettera del 29 maggio 1822 a Claude Fauriel, in Id., Lettere sui Promessi Sposi, a cura di Giovanni G. Amoretti, Milano, Garzanti, 1985, p. 43.
[12] Giovanni Macchia, Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, cit., pp. 27-28.
[13] Alessandro Manzoni, Lettera del 29 maggio 1822 a Claude Fauriel, cit., p. 44.
[14] Alessandro Manzoni, Fermo e Lucia, cit., t. II, cap. VII, p. 226.
[15] Allo stesso modo nel Seicento per la prima volta, i pazzi vengono internati insieme ad altre categorie di emarginati: l’internamento avrebbe dovuto isolare la “sragione”, svincolarla dalla zona fragile e ambigua in cui essa sempre aveva agito a fianco della ragione. Grazie al paradosso e all’ironia che la follia permetteva, era stato infatti possibile a grandi autori come Erasmo, Ariosto, Shakespeare e Cervantes, guardare le cose alla rovescia, analizzarle con maggiore profondità, rivelare contraddizioni e paure. Nel giro di cinquant’anni si fa invece prepotente il desiderio di definire la follia nella sua presenza concreta, localizzarla ed allontanarla dalla società. Il Seicento è quindi anche questo: nel momento in cui si va affermando la “razionalità” nella forma politica dello Stato assoluto, nell’economia e nel discorso filosofico cartesiano, si sente il bisogno di definire il campo dell’irrazionale, e di escluderlo. Cfr. Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 1963, pp. 144-151.
[16] Giovanni Macchia, Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, cit., pp. 88-89.
[17] Cfr. Carlo Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in AA.VV, Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e attività umane, a cura di Aldo Gargani, Torino, Einaudi, 1979, pp. 57-106, la citazione è da Freud, Il Mosè di Michelangelo,1914.
[18] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cit., cap. IX, pp. 200-201.
[19] Giovanni Macchia, Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, cit., p. 23, (corsivi miei).
[20] Italo Calvino, I Promessi Sposi: il romanzo dei rapporti di forza, relazione al Convegno Manzoniano dell’Università di Nimega, ottobre del 1973, ora in, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi, 1980, p. 274.
[21] ivi, pp. 274-275.
[22] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cit., cap. XXVII, pp. 633-634.
[23] Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio, cit., p. 301.
[24] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cit., cap. XXXIII, pp. 776-777.
[25] Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio, cit., pp. 207-208, (corsivi miei).
[26] Carlo Emilio Gadda, Manzoni diviso in tre dal bisturi di Moravia, da “Il Giorno”, 26 luglio 1960, p.6; ora in Il tempo e le opere, cit., p. 34.
[27] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cit., cap. XXXVIII, pp. 901-902.
[28] François-Marie Arouet, alias Voltaire, Candide, pubblicato per la prima volta a Ginevra nel 1759; trad. it. Maria Moneti, Candido, Milano, Garzanti, 1973, p. 93.
[29] Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio, cit., p. 121, (corsivi miei).
[30] Cfr. Giovanni Macchia, Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, cit..
[31] Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio, cit., p. 76.
[32] ibidem.
[33] Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, cit., pp. 96-97.
[34] Carlo Emilio Gadda, L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore, premessa alla Cognizione del dolore, nell’edizione curata da Manzotti in Appendice, p. 480.
[35] ivi, pp.484-485.